| Nell'estate del 1968,
William J. Meister, stava cercando fossili per la sua collezione vicino ad
Antelope Spring, nell'Utah. Ma, dividendo a metà una roccia scistosa,
trovò invece un'impronta umana fossilizzata. Il tacco era più profondo
della suola di circa tre millimetri e presentava i segni caratteristici
di una scarpa destra.
Il 4 luglio, Meister portò sul luogo
del ritrovamento il dottor Clarence Coombs, del Columbia Union College e
il geologo Maurice Carlisle, dell'Università del Colorado. Carlisle scavò per due ore prima di trovare uno strato di fango, prova
del fatto che la formazione si era trovata un tempo in superficie ed era
pertanto adatta per la conservazione di tracce fossili autentiche.
Ma
la formazione non era più in superficie da lunghissimo tempo: lo scisto
che recava la traccia della scarpa proveniva da uno strato del Cambriano risalente a 505 - 590
milioni di anni fa. Era
un boccone troppo indigesto per la comunità scientifica. Quando Meister
diede notizia della sua scoperta, un geologo della Brigham Young
University replicò seccamente che la «traccia» era in realtà un
bizzarro esempio di erosione. Un professore del Michigan liquidò il
fatto come un travisamento o un falso. «Non si è mai avuto un
ritrovamento autentico di questo tipo» fu la sua conclusione.
Impronta di scarpa, completa di cuciture, impressa in una roccia del Triassico. ritrovamento di W.H. Ballou in Nevada; 1922 Cremo
e Thompson analizzarono al computer l'impronta e rilevarono che non si
distaccava in alcun modo dal tipo di impronta che avrebbe lasciato una
scarpa moderna, ma se l'impronta è autentica, non possiamo più
speculare oltre sull'idea di extraterrestri in visita sulla Terra in un
lontanissimo passato. Col
progredire dell'evoluzione, gli ominidi iniziarono a fabbricare utensili
(Homo habilis). Le loro ossa fossili furono scoperte nel 1964 nella gola
di Olduvai, in Tanzania, dall'antropologo inglese Louis Leakey e dalla
sua squadra. Tali fossili si distinguevano da quelli delI'Australopithecus,
un altro ominide estinto, per un certo numero di caratteristiche
fisiche, inclusa la presenza di una scatola cranica più grande, di
molari più ridotti e di una maggiore somiglianza delle ossa dello
scheletro con quelle degli uomini moderni. La posizione esatta dell'Homo habilis nell'evoluzione umana è tuttora incerta. Alcuni scienziati lo ritengono il primo membro della nostra specie, e ipotizzano un lungo processo evolutivo indipendente da quello delI'Australopithecus. Altri asseriscono che egli rappresenti l'anello di transizione tra il più antico australopiteco, AustraIopithecus africanus, e i membri successivi della specie Homo erectus. Qualunque sia l'esatta sequenza, gli scienziati sono concordi nel ritenere che l'erectus diede in seguito origine all'Homo neanderthalis, l'uomo di Neanderthal, e all'Homo sapíens sapiens, l'uomo moderno, all'incirca 100.000 anni fa. Tale
quadro potrebbe subire qualche aggiustamento: è possibile immaginare
che nuovi rítrovamenti spostino indietro le tappe dell'evoluzione umana
di qualche centinaio di migliaia di anni, forse persino di un milione o
due, ma non vi è alcuna possibilità che il genere umano sia comparso
sul pianeta durante il periodo Cambriano. Di fatto, non vi è alcuna
possibilità che il genere umano si sia evoluto prima di 65 milioni di
anni fa, per una ragione molto interessante. Tale data rappresenta uno spartiacque evolutivo, in quanto segna la fine dei dinosauri. La scienza non ha ancora trovato una spiegazione definitiva per la loro scomparsa, ma si è stabilito che essi si estinsero in un arco di tempo decisamente breve. La teoria attualmente più in voga è quella di una collisione di una cometa con la Terra, e di un conseguente cambiamento del clima che, per quanto temporaneo, è stato sufficiente a segnare la fine dei dinosauri, unici dominatori del pianeta per 185 milioni di anni. Fu proprio grazie a questa cancellazione che si venne a creare una breccia evolutiva attraverso cui entrò in scena una piccola specie opportunista: la specie dei mammiferi, che si è successivamente ramificata nell'enorme varietà che conosciamo, di cui anche l'uomo è parte. Finché i dinosauri vagavano sulla Terra, i mammiferi avevano poche possibilità di svilupparsi. Fu solo dopo la loro scomparsa che le specie iniziarono a evolversi verso le forme attuali. E'
forse possibile che il nostro debole per la teoria evoluzionistica sia
ingiustificato? Esiste tuttora una corrente di pensiero che asserisce,
in accordo con le Sacre Scritture, che Dio ha creato l'uomo distinto e
separato dagli animali. Tale teoria non avrebbe problemi ad accettare un
Uomo del Giurassico, del Carbonifero o persino del Precambriano, poiché
l'umanità non si è dovuta evolvere da alcunché. E' stata
semplicemente inviata per dominare un mondo popolato da altre specie. Nel
1859, la pubblicazione dell'opera più importante di Darwin, L'origine
delle specie scatenò una tempesta di controversie che sconvolse non
solo il mondo religioso del suo tempo, ma anche quello scientifico. Col
trascorrere del tempo, ritrovamenti di fossili hanno convalidato sempre
più la sua teoria evoluzionista. Modelli simulativi al computer, come
quelli sviluppati da Richard Dawkins, hanno permesso di ricostruire la
dinamica dei processi evolutivi. Come sostenuto da un professore: «I
creazionisti rientrano secondo me nella stessa categoria di coloro che
credono che la terra sia piatta. Si rifiutano semplicemente di credere
ai fatti e alle prove. Negli ultimi anni non è emerso alcun motivo per
respingere l'idea che l'evoluzione abbia avuto e continui ad avere
luogo.» Se
la teoria evoluzionista è ancora valida e l'umanità non si è evoluta
su questo pianeta prima di 65 milioni di anni fa, quale spiegazione può
essere data per l'impronta vecchia 500 milioni di anni? Rimane un'unica possibilità: l'uomo che l'impresse nel terreno aveva viaggiato indietro nel tempo. (Liberamente tratto da "I viaggiatori del tempo" di J. H. Brennan ediz. Armenia) |