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Argentina 2002

La tremenda crisi argentina ha radici lontane e profonde e si dimostra di difficile soluzione

L'Argentina è il più grande mistero del mondo, come ha detto l’economista americano Lester C. Thurow. Questo suo ennesimo tracollo, il più grave di tutti, è misterioso perché non ha niente a che fare con i dissesti cronici dei paesi sottosviluppati né coi crac inattesi che avevano sconvolto per un periodo relativamente breve il Messico, le "tigri" del Sud-Est asiatico, la Russia postcomunista. La vertiginosa bancarotta argentina appare piuttosto come l’ultimo anello di una catena di cadute, di venerdì neri che da mezzo secolo stanno trascinando nel baratro, a scossoni intermittenti, uno dei paesi un tempo più ricchi del mondo. Questa degradazione lenta, questa decadenza fatale non fanno pensare a sindromi da Terzo mondo; evocano da un lato il declino della Spagna imperiale e, dall’altro, l’infarto delle fiorenti civiltà della Mesoamerica precolombiana.

Con una differenza fondamentale però, che va a tutto demerito degli argentini. Le millenarie civiltà indie dei maya e degli aztechi erano endogene, e, seppure molto evolute, non furono in grado di resistere alla superiorità tecnologica degli avidi invasori spagnoli. Invece gli argentini sono in stragrande maggioranza discendenti di europei. La loro radice etnica e linguistica è iberica, con l’aggiunta di successive ondate migratorie prevalentemente italiane, quindi britanniche, slave, ebraiche e mediorientali.

La Gran Bretagna, prima di diventare la principale nemica della giunta militare sconfitta nella guerra delle Falkland (primavera 1982), era stata da sempre la nazione più imitata e più influente fra le élite di Buenos Aires. Il grande Jorge Luis Borges, lui stesso mezzo britannico, usava dire: "L’argentino è un italiano che parla spagnolo e si crede inglese". L’ispanista americano Waldo Frank soggiungeva che era quello il paese "più bianco e più presuntuoso di tutta l’America Latina". Fra gli anni 20 e 40 gli argentini presumevano di possedere tutti i crismi per eguagliare il Canada o l’Australia o, addirittura, gli Stati Uniti. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale dominavano la scena i baroni del grano e delle carni bovine. Non solo. La produzione pro capite degli operai era pari a quella degli operai francesi e molto superiore a quella degli italiani e dei giapponesi.

Nel 1943 la crescita industriale superava quella agricola. Il numero degli addetti all’industria s’avvicinava al milione in un paese che, all’epoca, non raggiungeva 30 milioni di abitanti dislocati su un territorio vasto e fertile di ben 2,8 milioni di chilometri quadrati.

Poi sopraggiunsero le avvisaglie del disastro che economisti e sociologi definiscono oggi "caso esemplare di sviluppo arrestato". Avvisaglie prodotte da diversi fatti oggettivi collegati ai travagli dell’immediato dopoguerra. Paralisi commerciale del prediletto partner inglese, esportazioni alimentari a credito verso l’Europa denutrita, concorrenza sui mercati cerealicoli dei produttori nordamericani e australiani, infine la stravagante condizione imposta nel 1948 dagli Stati Uniti agli europei, obbligati a non comprare prodotti argentini con gli aiuti forniti dal Piano Marshall.

Non meno grave, a livello politico e psicoideologico, era stata la deriva peronista con cui l’establishment di Buenos Aires e le masse avevano cercato di reagire, platealmente, al graduale ma inarrestabile degrado economico e sociale. Da quel momento una forma caricaturale di subfascismo esotico, da soap opera doveva ammorbare e accompagnare la discesa negli inferi populisti di equivoche dittatrici santificate, di giustizialismi di strada, d’inflazioni a più zeri; poi golpe militari, guerre perdute, tragici desaparecidos dopo i folclorici descamisados.

Chi ha visto il realistico music hall cinematografico, con Madonna nelle vesti di Evita morente che sussurra "don’t cry for me Argentina", ha potuto anche intravedere le sorgenti da cui pullulava la tossica sequela degli interminabili e mai finiti traumi argentini. Ricordate, in una impressionante sequenza, lo spettacolo e l’inno ai mattatoi? Retorica del tutto inutile: già da un pezzo non arrivava più un solo etto di mucca argentina nelle macellerie europee.

C’era chi fin dal 1935 ammoniva che, creando l’Argentina, "Dio aveva commesso un errore". Ora i nodi estremi sono venuti al pettine. La disoccupazione è salita al 20 per cento con l’incubo della più abissale insolvenza della storia mondiale. Eduardo Duhalde, l’ultimo presidente, ha abolito l’assurda parità del peso col dollaro decretando la svalutazione "salvifica". I depositi bancari restano bloccati, mentre la più violenta depressione del nuovo secolo cresce al ritmo frastornante e sinistro dei "cacelorazos". Non si riesce a vedere una via d’uscita neppure a medio termine. "Don’t cry for me Argentina!".

Tratto da Panorama n.8 febbraio 2002 - di Enzo Bettiza

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