L'Argentina è il più grande
mistero del mondo, come ha detto l’economista americano Lester C. Thurow.
Questo suo ennesimo tracollo, il più grave di tutti, è misterioso
perché non ha niente a che fare con i dissesti cronici dei paesi
sottosviluppati né coi crac inattesi che avevano sconvolto per un periodo
relativamente breve il Messico, le "tigri" del Sud-Est asiatico,
la Russia postcomunista. La vertiginosa bancarotta argentina appare
piuttosto come l’ultimo anello di una catena di cadute, di venerdì neri
che da mezzo secolo stanno trascinando nel baratro, a scossoni
intermittenti, uno dei paesi un tempo più ricchi del mondo. Questa
degradazione lenta, questa decadenza fatale non fanno pensare a sindromi
da Terzo mondo; evocano da un lato il declino della Spagna imperiale e,
dall’altro, l’infarto delle fiorenti civiltà della Mesoamerica
precolombiana.
Con una differenza fondamentale
però, che va a tutto demerito degli argentini. Le millenarie civiltà
indie dei maya e degli aztechi erano endogene, e, seppure molto evolute,
non furono in grado di resistere alla superiorità tecnologica degli avidi
invasori spagnoli. Invece gli argentini sono in stragrande maggioranza
discendenti di europei. La loro radice etnica e linguistica è iberica,
con l’aggiunta di successive ondate migratorie prevalentemente italiane,
quindi britanniche, slave, ebraiche e mediorientali.
La Gran Bretagna, prima di diventare la principale
nemica della giunta militare sconfitta nella guerra delle Falkland
(primavera 1982), era stata da sempre la nazione più imitata e più
influente fra le élite di Buenos Aires. Il grande Jorge Luis Borges, lui
stesso mezzo britannico, usava dire: "L’argentino è un italiano
che parla spagnolo e si crede inglese". L’ispanista americano Waldo
Frank soggiungeva che era quello il paese "più bianco e più
presuntuoso di tutta l’America Latina". Fra gli anni 20 e 40 gli
argentini presumevano di possedere tutti i crismi per eguagliare il Canada
o l’Australia o, addirittura, gli Stati Uniti. Alla vigilia della
Seconda guerra mondiale dominavano la scena i baroni del grano e delle
carni bovine. Non solo. La produzione pro capite degli operai era pari a
quella degli operai francesi e molto superiore a quella degli italiani e
dei giapponesi.
Nel 1943 la crescita industriale
superava quella agricola. Il numero degli addetti all’industria s’avvicinava
al milione in un paese che, all’epoca, non raggiungeva 30 milioni di
abitanti dislocati su un territorio vasto e fertile di ben 2,8 milioni di
chilometri quadrati.
Poi sopraggiunsero le avvisaglie del
disastro che economisti e sociologi definiscono oggi "caso esemplare
di sviluppo arrestato". Avvisaglie prodotte da diversi fatti
oggettivi collegati ai travagli dell’immediato dopoguerra. Paralisi
commerciale del prediletto partner inglese, esportazioni alimentari a
credito verso l’Europa denutrita, concorrenza sui mercati cerealicoli
dei produttori nordamericani e australiani, infine la stravagante
condizione imposta nel 1948 dagli Stati Uniti agli europei, obbligati a
non comprare prodotti argentini con gli aiuti forniti dal Piano Marshall.
Non meno grave, a livello politico e
psicoideologico, era stata la deriva peronista con cui l’establishment
di Buenos Aires e le masse avevano cercato di reagire, platealmente, al
graduale ma inarrestabile degrado economico e sociale. Da quel momento una
forma caricaturale di subfascismo esotico, da soap opera doveva ammorbare
e accompagnare la discesa negli inferi populisti di equivoche dittatrici
santificate, di giustizialismi di strada, d’inflazioni a più zeri; poi
golpe militari, guerre perdute, tragici desaparecidos dopo i folclorici
descamisados.
Chi ha visto il realistico music
hall cinematografico, con Madonna nelle vesti di Evita morente che
sussurra "don’t cry for me Argentina", ha potuto anche
intravedere le sorgenti da cui pullulava la tossica sequela degli
interminabili e mai finiti traumi argentini. Ricordate, in una
impressionante sequenza, lo spettacolo e l’inno ai mattatoi? Retorica
del tutto inutile: già da un pezzo non arrivava più un solo etto di
mucca argentina nelle macellerie europee.
C’era chi fin dal 1935 ammoniva
che, creando l’Argentina, "Dio aveva commesso un errore". Ora
i nodi estremi sono venuti al pettine. La disoccupazione è salita al 20
per cento con l’incubo della più abissale insolvenza della storia
mondiale. Eduardo Duhalde, l’ultimo presidente, ha abolito l’assurda
parità del peso col dollaro decretando la svalutazione
"salvifica". I depositi bancari restano bloccati, mentre la più
violenta depressione del nuovo secolo cresce al ritmo frastornante e
sinistro dei "cacelorazos". Non si riesce a vedere una via d’uscita
neppure a medio termine. "Don’t cry for me Argentina!".
Tratto da Panorama n.8 febbraio 2002 - di Enzo
Bettiza