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Un macigno sullo sviluppo
Il debito estero compromette ogni possibilità di emancipazione
dei paesi poveri

 

Duemilaseicento miliardi di dollari. E per dirla in maniera più chiara, casomai non si percepisse appieno la grandezza della cifra, cinque milioni di miliardi di lire. E' il debito che i paesi del terzo mondo devono ai paesi occidentali, e che per via degli interessi continua a lievitare di giorno in giorno. Una cifra enorme, che pesa come un macigno sullo sviluppo dei paesi di Africa, Asia ed America Latina, che costringe alla fame milioni di persone, che le condanna alla povertà e ad un futuro di sofferenze.

Il debito dei paesi in via di sviluppo è un problema di coscienza per l’intera umanità, che finora ha fatto finta di non capire, e si è voltata sistematicamente dall’altra parte. Ma come tacitare le coscienze quando nel mondo, ogni quattro secondi, c’è una persona che muore di fame, quando due miliardi di individui non dispongono di acqua potabile, quando un miliardo di esseri umani non sanno leggere e scrivere!

Il Papa ha parlato spesso, durante il Giubileo, del debito estero dei paesi poveri, invitando alla sua cancellazione, sottoscrivendo la campagna promossa dalla CEI e ricevendo in Vaticano Bono, la star degli U2 testimonial di Jubilee 2000 (altra iniziativa nata in Inghilterra per la cancellazione del debito). Di recente è tornato sull’argomento nella lettera "Novo millennio ineunte", in cui riconosce che alcuni parlamenti hanno votato un sostanziale condono, ma dove invita i governi a dare

compimento a queste decisioni. Non c’è tempo da perdere, insomma, e non ci si può arrestare nel mezzo del cammino.

I parlamenti di Italia, Gran Bretagna, Norvegia e Svizzera hanno adottato prime misure concrete di riduzione. Gli Stati Uniti hanno cancellato quasi mille miliardi di debiti, subordinandoli, però, all’ accettazione di politiche di controllo familiare. Anche i paesi del G8 hanno previsto la cancellazione di una parte consistente del debito dei 33 paesi più poveri del mondo, chiedendo in cambio precisi obiettivi di sviluppo. Dieci stati li hanno già approntati, altri si apprestano a farlo.

Se qualcosa si sta muovendo nell’ambito dei rapporti bilaterali, insoluto rimane ancora il nodo dei debiti contratti dai paesi poveri con gli organismi finanziari internazionali. Qui la partita è ancora tutta da giocare. Un convincimento, però, si sta facendo strada ed è quello che i debiti frenano tutta l’economia. Dove non può arrivare l’etica potrebbero, quindi, arrivare i mercati.

Non è di poco conto, però, rimarcare la natura ingiusta del debito. Il debito dei paesi del terzo mondo è stato spesso contratto da regimi repressivi, che hanno speso i soldi per comprare armi e finanziare guerre. Regimi allettati dalle banche d’affari internazionali che, dopo la crisi petrolifera del 1973 e la caduta dei tassi d’interesse, offrivano "petrodollari" a destra e a manca.

E allora, è giusto chiedere alle popolazioni di pagare il debito accumulato da dittatori bramosi di potere, o da governanti corrotti e irresponsabili? E quanti capitali sono già tornati, occultati, verso il nord? Quanti progetti d’aiuto insensati sono stati realizzati dai paesi occidentali? Quante speculazioni? I soldi che i paesi del terzo mondo hanno ricevuto sono già stati restituiti. Quello che resta da pagare sono solo gli spropositati interessi. La crisi inflazionistica che ha percorso Stati Uniti ed Europa alla fine degli anni settanta, è stata fronteggiata con politiche monetane che hanno contenuto l’offerta di moneta, ma che hanno fatto impennare i tassi a livelli stratosferici, mettendo, da un anno all’altro, i paesi debitori di fronte a tassi d’interesse medi che, dal 5 per cento, sono balzati anche al 30 per cento.

I programmi di riduzione del debito messi in opera dalla Banca Mondiale, con l’iniziativa HJPC (Highly Indebited Poor Income Countries), sono viziati alla base dal fatto che è la Banca stessa a decidere se un paese possa pagare il suo debito o debba essere aiutato. E la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale non sono proprio esempi di consessi democratici (Dei 41 paesi interessati all’iniziativa solo 4 sono stati ammessi ai benefici previsti). Per questo ènecessario cogliere al volo le aperture fatte durante quest’ultimo anno. La mozione approvata a novembre dai parlamentari di tutto il mondo, riuniti a Roma per il loro Giubileo, èun segnale politico importante, ma che deve essere seguito da passi concreti.

Nell’attesa che i potenti della terra si decidano a fare qualcosa, anche noi possiamo dare la nostra mano. Le campagne menzionate, quella della CEI e Jubilee 2000, sono un esempio. Ma ci sono altre possibilità che ci permettono di intervenire in maniera concreta per creare un mondo più giusto, relazioni commerciali più sane, una finanza meno selvaggia e più rispettosa delle persone. Si chiamano commercio equo e solidale, finanza etica, microcredito. Sono concetti ancora sconosciuti ai più, ma di cui sentiremo parlare ancora.

Massimo Angeli  (Vita Giuseppina 2/2001)

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