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Crisi economica giapponese
Che cosa c’entra l’economia con la religione? La domanda torna di attualità con la crisi del modello giapponese. Max Weber identificò nell’etica del protestantesimo la molla del capitalismo. Sembrava un modello insuperato, con la correzione cattolica di una certa moderazione e dello stato sociale. Poi arrivò il capitalismo orientale. La macchina giapponese parve doverci schiacciare tutti con la sua filosofia totalizzante per cui l’individuo si scioglie nell’azienda. La qualità totale in fondo è la visione di un paradiso che si gode subito lavorando per il bene della ditta. Ma alla fine l’uomo scoppia. La corruzione sistematica è un sintomo dell’inadeguatezza della mitologia gialla. Così il Giappone sprofonda. Nel 1980 in un film si favoleggiò di sindrome cinese. Si immaginava che il nucleo incandescente di una centrale atomica impazzita sprofondasse bucando da parte a parte il pianeta. Ora il rischio è più reale e meno fantascientifico e riguarda Tokyo, i cui guai potrebbero trapanare il globo. Banche e compagnie di assicurazioni trascinano da decenni bilanci con crediti inesigibili. I primi giganteschi fallimenti spingerebbero chissà quanti, anche dall’altra parte del mondo, nell’abisso. L’intervento salvifico del governo gonfierebbe a dismisura il rapporto tra debito e piI portandolo al 160 per cento. L’economia giapponese si bloccherebbe. E il guaio sarebbe globale. Il premier Yoshiro Mori si è presentato al vertice di Washington annunciando una serie di riforme strutturali dell’economia e della finanza. Sono pure intenzioni. È impossibile ristrutturare un sistema industriale ormai superato e dare un’efficace ripulitura a quello bancario sull’orlo del collasso. Se va così sarà sindrome giapponese, la quale circolerà per ogni dove determinando una gravissima crisi anche per l’eccessiva fiducia nell’economia virtuale basata su inganni scritti e guadagni ipotetici. Questa febbre gialla è una mescolanza di crisi economica e di crisi religiosa. Le nuove generazioni giapponesi infatti non vogliono più saperne di versare la loro vita per la Toyota e per il ScI nascente. La globalizzazione dei sentimenti e dei pensieri ha modificato il costume ed emergono domande soffocate. C’è bisogno di una nuova spinta religiosa, a Est come a Ovest, per tornare a crescere o forse anche solo per sopravvivere. implosa la religione del lavoro alla giapponese e afflosciatasi la speranza tipo new age della new economy. forse è il tempo di tornare alla vecchia Bibbia e ai suoi saggi comandamenti. Il capitalismo più che voglia di accumulazione nasce come desiderio di umanizzare il mondo. Dopo la crisi giapponese e il ristagno americano i sogni si sono frantumati, ma la lezione ci deve servire. La grandine che rovina il raccolto non è un buon motivo per non pensare alla semina. Giampiero Cantoni Panorama 14/2001 |
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