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Perché fa paura il tenente Canale

Il più fidato collaboratore di Paolo Borsellino è sotto processo dal 1999. 
Se fosse assolto, dieci anni di Antimafia sarebbero da rileggere.

La salma del maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo, suicidatosi sette anni fa con un colpo di pistola alla tempia, era ancora calda che il cognato, il tenente dei carabinieri Carmelo Canale, aveva già cominciato a parlare di "delitto di Stato" e a puntare il dito contro la procura della Repubblica di Palermo. Assieme alla sorella, la vedova di Lombardo, Canale è andato in tribunale a presentare una denuncia per calunnia e per istigazione al suicidio, ha fatto dichiarazioni e ha rilasciato interviste, ha sollecitato la presentazione di interrogazioni in Parlamento e ha chiesto e ha ottenuto di parlare dinanzi alla commissione Antimafia. E ai senatori e ai deputati ne ha raccontate tante e così gravi che i commissari della sinistra prima hanno protestato rumorosamente contro il presidente della commissione, il socialista Ottaviano Del Turco, che lo aveva convocato e non gli toglieva la parola, poi si sono alzati e hanno abbandonato l’aula.

Che cosa ha raccontato (e continua a raccontare) il tenente Canale? Ciò che abbiamo riferito la settimana scorsa su Panorama: che il cognato è stato infamato e suicidato per impedirgli di recarsi negli Stati Uniti a prelevare il boss della mafia Gaetano Badalamenti, che era pronto a venire a deporre al processo contro Giulio Andreotti per smentire le accuse del pentito Tommaso Buscetta e rovinare così tutto il lavoro della procura di Palermo. E che proprio dalla procura era stata favorita la fuga di notizie sulla missione di Lombardo che aveva permesso all’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, di infamare in televisione il maresciallo. E che era stata proprio la procura che, invece di smentire Orlando e di difendere il maresciallo, aveva minacciato di arrestarlo, gettandolo nella disperazione e inducendolo a spararsi.
E che cosa è avvenuto dopo che il tenente Canale ha cominciato a denunciare i misfatti dei magistrati? Che invece di indagare sulle sue denunce è finito indagato lui stesso per intelligenza con la mafia: prima ad accusano è spuntato il solito "pentito", poi ne sono arrivati altri sei, uno dopo l’altro, infine i "pentiti" che lo accusano sono diventati una dozzina. E così Canale nel febbraio del 1999, quattro anni dopo il suicidio del cognato e le sue prime denunce, è stato rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa e il processo, iniziato nel luglio di quello stesso anno e subito interrotto dopo la prima udienza, e rimasto fermo per un anno e ricominciato nel luglio di un anno dopo, è ancora in corso e procede lentamente e stentatamente da tre anni (dopo i tre anni di indagini prima che cominciasse), con i "pentiti" che si contraddicono e si smentiscono l’un con l’altro e si rimangiano le accuse e spesso nemmeno si presentano a deporre, e la procura che frena e rinvia per allontanare il più possibile un esito che appare scontato e che segnerebbe per i magistrati di Palermo l’ennesima sconfitta e rilancerebbe invece le denunce dell’imputato contro di loro.

Non basta. Dopo questo processo e la prevedibile assoluzione di Canale non solo si riattiverebbero le denunce per calunnia e per Istigazione al suicidio del maresciallo Lombardo, ma sarebbero anche rimesse in discussione le conclusioni (fallimentani) dei sette processi finora celebrati per la strage di via D’Amelio e l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta. Perché il tenente Canale, che è stato per anni il principale collaboratore di Borsellino (e quando fu incriminato la vedova del giudice dichiarò: "E come se ammazzassero Paolo per la seconda volta"), anche di questo ha parlato dinanzi alla commissione parlamentare Antimafia (ed è soprattutto questo che ha fatto irritare i commissari della sinistra) e ha messo in discussione le piste finora seguite per (non) fare chiarezza sulla strage e ha raccontato che Borsellino dopo l’assassinio di Giovanni Falcone aveva cominciato a indagare per suo conto e non si fidava dei suoi colleghi della procura e si riuniva segretamente con i suoi collaboratori nella caserma dei carabinieri ed era convinto che Falcone fosse stato ammazzato per l’inchiesta sulla mafia e gli appalti. Un altro incredibile intrigo che s’intreccia sia con le stragi che con il processo a Canale e con le accuse che si sono rivolti reciprocamente i carabinieri e i magistrati della procura di Palermo su chi avesse consegnato alla mafia, se i carabinieri o i magistrati, le conclusioni di quella inchiesta. Un intrigo che ha al centro questo famoso Angelo Siino, che veniva definito "il ministro dei lavori pubblici" di Cosa nostra e che finora è riuscito a giocare gli uni contro gli altri, i carabinieri contro i magistrati e i magistrati contro i carabinieri. Siino prima ha fatto il "confidente" dei carabinieri e ha raccontato loro (in proposito esistono le registrazioni dei colloqui) di aver ricevuto le carte dell’inchiesta su mafia e appalti dai magistrati della procurai poi, una volta che fu arrestato, da confidente si è trasformato in "pentito" e ha raccontato ai magistrati (esistono i verbali degli interrogatori) che a dargli quelle carte erano stati proprio i carabinieri. Ora siamo arrivati al dunque. Quando questo processo al tenente Canale sarà finito (e prima o poi dovrà pure finire) non sapremo soltanto chi ha suicidato il maresciallo Lombardo. Sapremo pure ciò che sette processi non hanno saputo chiarire: chi e perché ha ammazzato Paolo Borsellino.

Lino Jannuzzi - Tratto da Panorama 12/2002 del 21/03/02

 

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