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Lo chiamavano Ulivo La maggioranza non ha un nome comune perché non c’è unità
La Casa delle libertà è stata sottoposta a una vera prova di forza: una campagna elettorale durata un anno. E, grazie alla par condicio, obbligata a fare propaganda con i manifesti, come fecero i comitati civici di Luigi Gedda nel ‘48. Un gesto che mostra da solo che tutti i comunisti, sempre e ovunque, dai cinesi agli italiani, temono il fascino del più popolare e democratico dei mezzi di comunicazione: la televisione. Coloro che hanno la pulsione autoritaria hanno il terrore della loro immagine. È un grande segno di un’identità rimossa ma presente, I postcomunisti hanno dovuto ricorrere a un ex radicale, Francesco Rutelli, perché essi non reggono il video. Il loro linguaggio non regge la comunicazione diretta. La Casa delle libertà ha dato prova di una forte compattezza. Essa fa esistere il bipolarismo in Italia. Senza la Casa delle libertà, le frammentazioni interne alla "maggioranza’", i conflitti ideologici che avvengono nel suo seno, avrebbero già dissolto ogni idea di polo di sinistra. Infatti oggi la "maggioranza" non ha più nemmeno un nome comune. E da tempo che l’Ulivo non esiste più. Come chiamare i "maggioritari"? La loro unità non ha nome, non ha esistenza politica. Essi sfidano gli ampi margini del lessico politico. Mentre la stampa vive raccontando i conflitti della "maggioranza" (è l’unica cosa di cui la "maggioranza" vive), deve inventarsi i conflitti della Casa delle libertà. O produrli. Come quello di Luigi Albertini con la Lega, creato da lndro Montanelli, campione italiano del moralismo ipocrita. Invece Umberto Bossi ha disilluso ogni idea di frattura. La conversione di Bossi all’unità della nazione è uno dei maggiori meriti di Silvio Berlusconi verso la democrazia. Perché Bossi è un grande. È l’uomo che ha messo in crisi in Lombardia sia l’unità di classe sia l’unità politica dei cattolici. E lui che ha segnato la fine della politica della Prima repubblica, mettendo in crisi le ragioni storiche del consociativismo. Che Bossi entri in un governo della Repubblica alternativa alla "maggioranza" postdemocristiana e postcomunista è un evento per l’unità nazionale e per la democrazia in Italia. Bossi impara anche dai suoi errori: il contatto con il Veneto cattolico gli ha fatto abbandonare l’idea del "dio Po": gli ha evitato la deriva neopagana. E oggi Bossi è un difensore della Cristianità. E del resto aveva indovinato che una cultura che vive di tecniche orientali di astrologia e di magia ha potenzialità obiettive neopagane. Quindi il ritorno di Bossi nella via di Roma sul piano religioso e sul piano istituzionale non è piccolissima cosa. Berlusconi, nella crisi milanese, ha tenuto ferma l’alleanza. La "maggioranza" ha ora terrore del voto. I postcomunisti temono il voto libero e temono la televisione libera. Sono sempre comunisti, la loro realtà profonda, la dimensione del sottosuolo, il regno della memoria e degli istinti li governa oltre il loro linguaggio e la loro ragione. La debolezza obiettivamente complice del capo dello Stato non ha ancora dato al Paese la data delle elezioni. Gli azionisti sono stati appiattiti sui comunisti nella Resistenza, lo sono ancora oggi sui postcomunisti: la storia presenta delle identità ritornanti. Opinione di GIANNI BAGET BOZZO 15/02/2001 Panorama 7/2001 |
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