Processi di mafia:
mandanti occulti cercasi
Cosa succede nei
"processi eccellenti"?
Dopo il crollo delle accuse agli esecutori materiali, persistono i
"dubbi" su Berlusconi e Dell'Utri
Come avevamo previsto la
settimana scorsa i giudici del settimo processo per la strage di via D’Amelio,
in cui perirono Paolo Borsellino e i cinque uomini della scorta, quello
detto Borsellino ter è già in appello, sono usciti dalla camera di
consiglio con la sentenza: proprio giovedì scorso, quando il nostro
"Tazebao" era fresco di stampa. E, come avevamo previsto, un
altro pezzo della costruzione accusatoria è crollato: riformando la
sentenza di primo grado e disattendendo le richieste della pubblica accusa
i giudici hanno assolto dall’accusa di strage altri sei boss di prima
grandezza, i due presunti componenti della commissione regionale di Cosa
nostra, Nitto Santapaola e Giuseppe Piddu Madonia, e i quattro presunti
membri della commissione provinciale di Palermo, Giuseppe Farinella,
Antonino Giuffrè, Salvatore Montalto e Matteo Motisi. Dopo dieci anni
dalla strage (19 luglio 1992) e dopo sette processi (il Borsellino uno,
passato per i tre gradi di giudizio. il bis e il ter definiti o in via di
definizione in appello) e dopo la lunga inchiesta sui "mandanti
occulti" (in via di archiviazione), che cosa rimane? Facciamo il
punto.
La costruzione dell’accusa
era questa: un picciotto della Guadagna, popolare quartiere di Palermo,
tale Vincenzo Scarantino, su incarico di suo cognato Salvatore Profeta,
affida a un ladruncolo il compito di rubare una Fiat 126, la prende in
consegna e la porta da un carrozziere, tale Giuseppe Orofino, il quale la
imbottisce di tritolo. Quando l’autobomba è pronta, Scarantino la
riprende e la parcheggia la mattina della strage in via D’Amelio dinanzi
al palazzo dove abita la madre di Paolo Borsellino. Un altro picciotto,
Gaetano Scotto, si inserisce sulle linee del palazzo e intercetta la
telefonata con cui il giudice annuncia alla madre che dopo pranzo passerà
a trovarla. Quando il giudice arriva e fa per suonare al citofono,
qualcuno (a tutt’oggi non si sa chi) aziona 11 telecomando e fa saltare
in aria l’auto, il giudice, la scorta, le facciate di sette palazzi e
una dozzina di automobili parcheggiate. La ricostruzione si basa sulla
"confessione" dello stesso Scarantino, che è stato arrestato
due mesi dopo la strage e che "si pente" solo due anni dopo l’arresto,
e sul presunto ritrovamento dei resti del blocco motore della Fiat 126,
che vengono misteriosamente rintracciati dall’altro lato della strada 24
ore dopo l’esplosione.
Questo per quanto riguarda
gli esecutori materiali, che vengono arrestati tutti e tre, il cognato di
Scarantino e il carrozziere e il telefonista, poco dopo l’arresto dello
Scarantino e due anni prima che questi sì penta e confessi, e tutti e tre
vengono processati e condannati (è il processo Borsellino uno) in primo
grado. Poi, a processo di primo grado concluso e a condanne comminate,
succedono due cose: un vero mafioso, il pentito di prima grandezza
Giambattista Ferrante, racconta agli inquirenti che è stato lui a
pedinare Borsellino mentre si recava dalla madre e che nell’affare non
ci sono nè telefonisti nè carròzzieri nè resti di blocco motore nè
autobombe perché il tritolo era stato nascosto in un bidone di cemento. E
lo stesso Scarantino, nel corso del Borsellino bis, ritratta le sue
presunte confessioni: sono stato arrestato, recluso, minacciato, torturato
fisicamente e psicologicamente e costretto a inventarmi tutto ("Vistiri
‘u pupu, mi ficiro inventare tutti i cosi, ‘u verbale lu fin iddu, il
pm, e mi fici firmare"). Il telefonista e il carrozziere sono stati
assolti e scarcerati, Profeta è rimasto dentro, ma si appresta a chiedere
la revisione del processo: se non c’entra mio cognato Scarantino e non
ha mai rubato o fatto rubare la Fiat 126 e io non gli ho mai ordinato di
farlo, e il tritolo non era nemmeno nell’auto, che cosa c’entro io?
Crollato il Borsellino uno,
il processo ai presunti esecutori materiali, in appello stanno andando in
pezzi il bis e il ter, i processi ai mandanti: In primo grado era stato
fin troppo facile, bastava applicare il solito teorema Buscetta: a parte
le (false) denunce di Scarantino, si dava per scontato, fino a ieri, che
questi delitti eccellenti non potessero che essere stati decisi dalla
Cupola, la commissione in cui sono riuniti tutti i capi dei mandamenti.
Basta fare l’elenco dei membri della Cupola e condannarli tutti, e così
è stato fatto in primo grado nel Borsellino bis e ter. Ma, a parte il
fatto che nella costruzione accusatoria avevano fatto un po’ di
confusione, mischiando ai membri della commissione provinciale di Palermo
anche i componenti della commissione regionale di tutta la Sicilia (che
per i delitti consumati a Palermo non c’entrano nemmeno secondo il
teorema Buscetta), la Cassazione, che ha annullato anche il processo per l’assassinio
di Salvo Lima, non è più d’accordo: per condannare è necessario
dimostrare che tutti i componenti della Cupola abbiano partecipato alle
riunioni in cui sono state prese le decisioni o quanto meno che tutti
siano stati informati. Per tacere di chi ormai è convinto che da almeno
dieci anni, dopo l’avvento al potere di Totò Rima e lo sterminio dei
"moderati" della vecchia mafia, una vera e propria Cupola non è
più esistita. Di qui le assoluzioni del Borsellino ter e con molta
probabilità, quelle prossime venture del Borsellino bis e della
Cassazione.
A questo punto resterebbero i
"mandanti occulti" della strage, che nella
"intuizione" del più bugiardo dei "pentiti",
Salvatore Cancemi, dovrebbero essere Marcello Dell’Utn e Silvio
Berlusconi. L’inchiesta relativa, trascinatasi per anni, non è mai
approdata a nulla e ne è stata già richiesta dagli stessi inquirenti l’archiviazione.
Ma c’è chi ci ha creduto o ha fatto finta di crederci e c’è ancora
chi ci lavora. Forse vale la pena parlarne.
Tratto da Panorama n.8 febbraio 2002 - di Lino
Jannuzzi
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