Consumismo e
disordine familiare
il degrado della società attuale si ripercuote
sulla famiglia e sulla personalità dei figli
Quando qualcosa non va, tiriamo in ballo
una serie di luoghi comuni sulle colpe della civiltà dell’immagine, dei
consumi, sulla crisi della famiglia e delle istituzioni in genere, senza
andare alla vera origine del "male".
Cerchiamo allora di chiarire meglio le
connessioni tra il degrado della società attuale e la crisi della
famiglia. Si dice che la società del benessere abbia prodotto una noia
esistenziale, soprattutto nei giovani nei quali spesso manca o difetta la
capacità critica e di selezione dei modelli di comportamento; così il
loro mondo sembra sommerso da una profonda incertezza che si ripercuote
anzitutto nella famiglia in cui i tradizionali rapporti sono stati
alterati: è venuta meno la figura paterna, nel cui modello i figli non
riescono ad identificarsi ed in cui non trovano più la guida
etico-sociale.
Si aggrava la situazione quando anche la
madre svolge un lavoro esterno (nessuna condanna, ovviamente) e quando la
differenza culturale fra genitori e figli rende difficile il colloquio tra
le generazioni.
Qualcuno si chiede addirittura se vi
siano ancora spazio e ruolo per i genitori che si limitino a trasmettere
soltanto geni e cognome, quando considerino la paternità sempre meno come
gioia e responsabilità di trasmettere le proprie idee, le speranze e la
fede nella vita. In tal caso, i genitori sono
figure senza spessore che si esauriscono senza avere avuto la forza e la
possibilità di cogliere dalla generazione precedente tutto il
patrimonio morale e la cultura da trasmettere alla generazione successiva.
In molti casi, purtroppo, il figlio
drogato è il risultato di tante inadempienze e di altrettante tensioni
tra i singoli membri del nucleo familiare e, quando giunge alla
tossicomania, egli è già da tempo un "senza famiglia".
Sarebbe tuttavia ingeneroso e ingiusto
addossare la responsabilità della "frana" sociale in cui ci
dibattiamo negli ultimi decenni, esclusivamente alla crisi della
convivenza familiare e alla perdita delle funzioni educative della
famiglia.
Giocano un ruolo non secondario l’insicurezza
circa il futuro e la mancanza di prospettive per i giovani, nonché la
crisi antropologica legata alla perdita di credibilità di alcuni valori e
la mancanza di valori sostitutivi.
Ora, gli indubitabili progressi
conseguiti dalla civiltà tecnologica ci consentiranno di consegnare ai
nostri figli un mondo più libero dalla fame materiale, più soddisfatto
per la ricchezza ed il numero degli oggetti posseduti; ma la società del
terzo millennio, che ci accingiamo a vivere, sarà sicuramente
imprigionata da una fame di valori, e soprattutto di dinamiche valoriali
(sentimenti, come capacità di percezione interiore di ciò che è valore
per me, vale a dire come presa di coscienza, di significato), che non sono
state trasmesse e socializzate.
Forse si è creduto che ciò che era
chiaro e posseduto dalla società degli adulti potesse meccanicamente
trasmigrare dentro la cultura giovanile.
Ma non è stato così.
Se veramente vogliamo una società
migliore dobbiamo imparare a distinguere tra valori "contenuto"
- quelli cioè che sono necessari trasmettere ai nostri figli - e valori
"contenitori", quelli di secondaria importanza per l’individuo
e per la società. Al di fuori di ogni
retorica, dobbiamo raccontare ai giovani la vita: la nostra e quella dei
nostri maestri, poiché il compito di chi educa è trasmettere il senso
della vita, cioè dare radici e prospettive.
Se avremo la capacità di raggiungere
questi obiettivi, allora anche le utopie più lontane saranno
realizzabili; e forse avremo conquistato la vera libertà dei nostri
figli, che non avranno più bisogno della droga per affrancarsi dalla
paura di assumersi le responsabilità della vita.
Soltanto così essi impareranno a vivere
senza sentirsi mostruosamente piccoli come si vedono nello specchio deformante
della loro paura di crescere, e senza sentirsi erroneamente grandi come si
vedono -fuggendo dalla realtà- nei sogni innaturali indotti dalla droga.
Nicolò Mirenna
("Fiamme
d'Argento" 10/1999)
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