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Vedo...  vedo....  vedo!
scoprire, guardare e farsi guardare
è diventato l'hobby più seguito, forse un'esigenza,
ma quali sono i risvolti di queste nuove "abitudini" ?

 

Il duemila è stato l’anno dell’ombelico. Agghindato, decorato, messo in mostra con sfacciato compiacimento in tutte le salse. Ombelico e dintorni, perché per il resto è stato un trionfo di trasparenze, di décolleté. Bicipiti e pettorali, schiene e fondi schiena, spalle, spalline ed elastici senza precedenti. Mai la biancheria è stata così poco intima. Una moda ma anche una filosofia, forse una paranoia. Nudi ma non troppo, a pezzi, qua e là, per strada, a scuola o al lavoro quasi come in spiaggia, in piscina o in palestra. Disinvolti e orgogliosi a tal punto del proprio corpo come della propria ordinaria quotidianità, da volerli mostrare a tutti e a tutti i costi.

Sarà questa enfasi sull’eterna giovinezza soda e scattante, sarà che a furia di pubblicizzare merci anche il corpo si è assuefatto, sarà che nonostante le promesse di diventare globali la gente si sente sempre più sola, la tentazione dilagante pare quella di viversi come uno spettacolo ambulante.   Di mettersi in vetrina coma una bella merce, confezionata al meglio e tutta da guardare. Un gioco perverso?    Siamo diventati tutti, a turno, esibizionisti e guardoni?   Forse, come suggerisce lo psicologo veronese Alessandro Padovani, "siamo prigionieri di un uso elevato degli occhi. E il problema è chiedersi se tra la voglia di mostrarsi e la voglia di guardare esiste ancora un senso per altre forme di comunicazione.  Perché più si guarda meno si ascolta, più di guarda e meno si parla. Insomma meno si utilizzano, nelle relazioni, ragione e sentimenti". 

E l’esagerazione degli occhi che ci sazia mentre ci fa accantonare il bisogno di pensare e di ascoltare7 Quando la retina diventa lo strumento di lettura del mondo — spiega Padovani —per forza tutti si devono mostrare. Ma finisce che contemporaneamente si deteriora e perde confini quel rapporto delicato tra pubblico e privato, tra ciò che appartiene alla sfera dell’intimità e a quello della socialità".

Viene spontaneo puntare il dito sul potere calamitoso dell’immagine, sulla tv e sulla tv cafona, sulla pubblicità che usa i corpi e l’allusione a ogni tipo di pratiche erotiche come se fossero noccioline. Ma a chi chiede un po' di tregua, propone una riflessione, esprime il disagio di una saturazione rispetto a spot, film e fiction volgari e violenti si risponde picche, con l’etichetta del moralista e del buonista. E' successo perfino al critico del Corriere della sera Aldo Grasso. 

 Denuncia: tre spot su dieci sono basati su espliciti riferimenti sessuali.     Reazioni: così va la vita... 

Sicché il richiamo alla responsabilità sociale, l’invito a riflettere sui valori che si mettono in campo, — proprio mentre la cronaca ci scuote buttandoci in faccia le follie di un disagio psichico dilagante — viene immediatamente bollato come moralismo da strapazzo o sessuofobia. 

"La pubblicità, dice Grasso, pur non essendo mai una causa scatenata, pecca di irresponsabilità sociale quando si fonda sull’epica della trasgressione, come spesso le accade. Ma che valore ha oggi la trasgressione in un contesto dove tutto è permesso, tutto concesso?   L'epica della trasgressione nasconde in realtà una narcisistica cura di sé, sollecitata di continuo...:    L’individuo non si occupa più del mondo, ma esige che il mondo (la casa, l’auto, il proprio bagno) si occupi di lui.   Ecco perché la pratica più diffusa è quella della cinica ostentazione: di quello che si fa e si dice, di quello che si ha e si è".

I creativi si sono subito difesi.    Non è la tv o la pubblicità, violenta ed esibizionista, è il mondo cafone e volgare.   Là sul piccolo schermo c’è un riflesso di quanto la realtà è.     Ci impressiona e ci disgusta perché quel mondo lo vediamo come un film, come se non ci appartenesse.   Ma non è così.

"Il fatto è — ribadisce Padovani — che se non troviamo altri modi per stare con noi e con gli altri, usando le orecchie ad esempio, dunque l’ascolto e la parola, sarà sempre più difficile essere e vedersi diversi".    Intanto non ci sono dubbi:  questo nude-look che si fa strada in modo esagerato —oggi anche i manichini delle vetrine hanno attributi sessuali ben in vista — ha poco a che fare con l’eterno gioco della seduzione. Molti lo adottano per "divertimento" o per "ironia". "Ma quale seduzione? — ribatte Padovani — questo è solo uno stile ristretto di comunicazione. Come se implicitamente dicessimo: evitiamo di guardarci da cima a fondo.    Ti mostro un pezzo di me, vero o finto che sia". Come con il cellulare, ormai mandiamo SMS, brevi messaggi di testo, anche col corpo. "E per il resto le porte restano chiuse.  Raccontiamo delle cose di noi. Quelle che vogliamo. In realtà non ci raccontiamo mai sul serio".

Quanto la tv sfrutti questo tipo di comunicazione monca balza all'occhio in tutti quei talk-show che vedono sfilare genitori e figli, mogli e mariti, fratelli, suocere e nuore rendendo palesi saghe e orrori famigliari per l’ingordigia di privacy del pubblico televisivo.    Ormai anche Internet offre da tempo un palcoscenico mondiale a uso e consumo di esibizionisti e guardoni.    Di tutto e di più.    Basta entrare in un sito e lo spettacolo del privato è servito, con una varietà in cui la fantasia si supera continuamente.   Nascite, matrimoni, malattie, salotti, stanze da letto, e da bagno...  Persino la gogna è diventata telematica. In Arizona, il direttore di un carcere che ama definirsi lo sceriffo più duro d’America ha aperto un sito web dove è possibile seguire in diretta i detenuti.   Un successo.    Virtuale.    

Se pensiamo a quante difficoltà ci sono in realtà ad aprire al prossimo le porte di casa, o le porte di sé, il paradosso è evidente.    Le tele-camere entrano ovunque, ma le inquadrature non sono mai casuali. Tutto previsto, tutto preparato, tutto finto. "Gli incontri reali spaventano.    Per questo ci accaparriamo quelli virtuali.   Ma ci inganniamo". 

Obblighiamo il prossimo, ma anche noi cadiamo in questa trappola, a guardare quello che è già previsto che si guardi.    Magari con la promessa di larghi guadagni. "Entrare in una relazione vera è un’altra cosa — conclude Alessandro Padovani — un’esperienza molto più faticosa e impegnativa, imprevista e per certi versi misteriosa, mai scontata. Autentica.   Privata, intima".    Ma oggi per molti la privacy ha smesso di essere una dimensione intima, ed è diventata una faccenda sociale, un’autority cui è facile delegare la misura delle violazioni.     Su quelle sì che si è intransigenti.

 

 

 

Rossana Sisti ("SFPD'I 10/2000)

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