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In Sudan, tra violenze e guerra,
è attiva la tratta degli schiavi negri

Nel Sud Sudan è in atto dal 1983 un conflitto che contrappone il governo islamico di Khartoum e l’Esercito Popolare di Liberazione Sudanese (SPLA) che si batte per l’autodeterminazione del Sudan meridionale a maggioranza nera e cristiano-animista.     Le regioni del sud, ridotte alla fame e alla miseria totale, vengono regolarmente bombardate per terrorizzare la popolazione ed indurre gli abitanti ad emigrare.   Gli obiettivi delle bombe sono le chiese, le scuole e gli ospedali tenuti dai religiosi. Secondo i rapporti, negli ultimi mesi sono state bombardate a più riprese le città di Lui, Yirol, Nimule, Kaya e Yomeir.  

Gli interessi economici muovono il conflitto: "Il Sud è ricco di petrolio e per favorire le compagnie di Canada, Malesia e Cina, il governo di Khartoum ripulisce sistematicamente le aree dei giacimenti dalla presenza di popolazione civile.    Ma c’è un dramma nel dramma: con la guerra è ripresa la tratta degli schiavi, soprattutto bambini.   Non esistono cifre esatte sul fenomeno, ma si calcola che siano migliaia i bambini e le bambine dai 5 ai 16 anni fatti schiavi.    Mons. Macram Max Gassis, Vescovo sudanese di EI Obeid, denunciò il rapimento di 3.000 bambini solo nel primo semestre deI 1998. Ma la tratta è continuata. A rapirli sono le tribù arabe e nomadi dei Baggarà (mandriani di mucche) armate dal governo di Khartoum per saccheggiare i villaggi del Sud abitati dai Dinka (nella regione del Bahr EI Ghazal) e dai Nuba.   I bambini sono destinati a diventare servi nelle famiglie dei Baggarà o ad essere venduti ad altre tribù arabe. Le adolescenti divengono concubine o "strumenti di piacere" per le milizie musulmane e le forze armate. Gli adolescenti maschi vengono rinchiusi in quelli che chiamano "peace camp" veri e propri campi di concentramento militare istituiti per arabizzare e islamizzare i neri del Sud e unirli alle milizie musulmane.

L’assimilazione è la politica del Governo: la persegue così.

Mons. Macram Max Gassis, che opera per liberare i bambini, dal 1990 è costretto a vivere in esilio e ad operare solo nelle zone controllate dagli oppositori del regime di Khartoum. Proprio nel 1990 il Vescovo riscattò i primi 50 schiavi e denunciò il fenomeno. Il Governatore di EI Obeid gli fece sapere che non era "prudente viaggiare da solo per il Paese" e tentò di dargli una scorta dell’esercito per impedirgli di liberarne altri.  Il Vescovo racconta: "A volte li ricompriamo, a volte riescono a scappare e raggiungono le zone controllate dallo SPLA. Le bambine di 12/13 anni arrivano esauste e a volte sono incinte".   Il prezzo? Per un bambino 100$ USA, 50 dollari per una bambina. I genitori si informano su dove sono portati, li riconoscono e vanno a riprenderli, pagando.   A volte, attraverso l’organizzazione ecumenica Christian Solidarity International si utilizzano dei mediatori baggarà che contrattano il prezzo e si assicurano dell’identità dei bambini: poi si paga e i piccoli schiavi vengono riconsegnati. Alcuni bambini riescono a fuggire dai "peace camp" e cercano di raggiungere le zone controllate dallo SPLA. A quel punto sono liberi: ma non sanno dov’è la famiglia e vanno assistiti per i traumi subiti.

Oltre a liberarli, la Chiesa prova ad operare per il loro reinserimento. Un esempio: sono oltre 500 i bambini dinka ex-schiavi a cui l’istituto missionario "Apostoli di Gesù"  fa assistenza spirituale nelle scuole a Turolet e Abyei (diocesi di EI Obeid). Ora l’istituto, uno dei più vivaci in Africa, sta fondando nuove missioni anche tra la popolazione nuba a Gidel e Kauda ed ha intenzione di aprire nuove missioni nella diocesi di Rumbek (Sud Sudan).

 

Augusto D’Angelo  "LMDMEISS" 10/2000

 

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