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Beati gli afflitti, perché
saranno consolati
di p. Giuseppe Ungaro ("Tau" n.10 Dicembre 2000)
Cristo non è venuto a eliminare la sofferenza Come si può essere beati nel pianto, nel terrore, nelle guerre, nei tormenti della vita, avendo un figlio drogato, o essendo affetto da dolori morali, dalla solitudine, dall’abbandono, dalla depressione o, peggio ancora, dal silenzio di Dio nelle aridità spirituali? La sofferenza è un mistero, come è mistero la Croce e la morte tremenda di Gesù innocente. Bisogna subito precisare che il messaggio di Gesù non è di ordine sociale, ma spirituale. Gesù non vuole salvarci dallo stato di sofferenza per motivi contingenti, ma dal peccato. La sofferenza sociale è una conseguenza. Gesù non dice beati quelli che sono angosciati per le loro disgrazie fisiche o morali, quindi non si riferisce ai malati, né ai sofferenti in genere e, forse, neppure ai peccatori, che sono turbati per vergogna delle proprie colpe, ma beati quelli che soffrono e hanno il cuore spezzato perché la salvezza dell’uomo, e quindi l’attuazione del piano di salvezza di Dio, attraverso la passione e morte del suo Figlio prediletto, subisce oppressioni e ingiustizie. Gli afflitti a cui si rivolge Gesù sono del tipo del vecchio Simeone del vangelo "Uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele", la buona novella e, quindi, Gesù che viene.
Gesù ha portato la speranza e la gioia di una vita in Dio, oltre la sofferenza La speranza dell’avvento del Regno, la gioia della sua venuta, e quindi anche della salvezza, si realizzano superando molte opposizioni, difficoltà e sofferenze in se stessi, nella famiglia, nelle comunità e nella vita sociale in genere. Chi aspetta il Regno di Dio, in qualsiasi stato si trovi (salute, sofferenza, dolore, pianto) è nella gioia, perché è certo che l’av-vento di Gesù asciugherà ogni dolore e sofferenza. Nell’Apocalisse si legge: "Udii allora una voce potente, che usciva dal trono: "Ecco la dimora [incarnazione, Gesù con noi] di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro [1’ Emmanuele] ed essi saranno suo popolo ed Egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate [cioè il mondo antico]" (Ap 21, 3-4). La sofferenza umana si colora, così, della beatitudine celeste, immersa nella speranza soprannaturale. Si comprende perché s. Francesco, nel massimo della sofferenza, potesse esclamare: "Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto". Questo può avvenire solo in chi è unito in Cristo Gesù, perché solo Egli dà valore soprannaturale alla sofferenza. Il cristiano non è uno stoico, che canta la maestà della sofferenza umana, è vero discepolo di Cristo, il quale con la sofferenza salva e redime l’uomo dal peccato. Il vero cristiano esamina e sopporta la sofferenza attraverso Cristo sofferente, che per mezzo di essa salva e redime l’umanità. La "croce" e una dimensione del vivere cristiano Non c’entrano né masochismo (compiacimento nella sofferenza), né sadismo (godere nel tormentare e far soffrire gli altri), né atarassia, (imperturbabilità nel dolore), né spartanismo (fierezza nella sopportazione del dolore). No di certo! Il vero cristiano accetta e vive il suo dolore in Cristo e per Cristo, nella finalità di redenzione e purificazione. La s. Scrittura e, in particolare, il Vangelo, non minimizzano mai la sofferenza, ma danno una visione realistica della sofferenza; si legge infatti - sono parole di Gesù: "Se uno vuole essere mio discepolo, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua". La sofferenza non nasce dalla volontà di Dio, ma dal mistero del male, di cui l’essere umano fa esperienza dopo il peccato originale. Ricordiamo le parole di Giobbe: "L’uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine" (14,1). Le sconfitte dell’uomo, le calamità, gli scandali, il terrorismo, le sventure pubbliche e private come la siccità, la perdita dei beni, le guerre, la schiavitù di ogni genere, l’esilio, la fatica, le ferite degli agenti naturali, come i terremoti e le alluvioni; le infermità della vecchiaia, il tormento dei fratelli, le maledizioni, le sventure pubbliche e private, la droga, la fatica, la morte negli spasimi... sono fatti che provocano dolore e inducono l’uomo al pianto. Scandalo? Umanamente parlando, lo scandalo è la sofferenza dell’uomo giusto, dell’innocente, dei fanciulli, che vengono brutalizzati dagli adulti. Scandalo è il vedere le vittorie dell’empio, lo sviamento della giustizia umana. Qui sta il mistero della sofferenza!
La sofferenza unita a quella di Cristo è via di salvezza Questo mistero è posto nella fede. Chi accetta il piano di Dio per la salvezza dell’uomo è sereno, perché sa che la sua sofferenza è unita a quella del Cristo sofferente, che purifica e salva. Il penitente sa che le sofferenze unite a quelle di Gesù salvano tutta la Chiesa, che è il popolo di Dio. Perché Gesù soffre e anche noi dobbiamo soffrire con Lui, anche se innocenti? Noi formiamo un solo corpo con lui, con tutta l’umanità redenta e un cristiano con la sua sofferenza aiuta l’altro: figlio, amico, fratello ecc., a salvarsi. Nell’umanità, nessun dolore unito a quello di Gesù è vano, ma ogni dolore si unisce a quello di Gesù per la salvezza di tutti. Chissà quante sofferenze delle mamme o dei papà salvano i figli che si credono perduti! Il mistero ci verrà rivelato, "se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria" (Rom 8, 17). Questo è il mistero glorioso dell’uomo unito a Gesù Cristo.
Se soffriamo con Lui... In definitiva, dice Gesù stesso per bocca di s. Paolo, noi soffriamo per completare nella carne la sua passione e morte, con la prospettiva della salvezza. L’era di Gesù è tempo di tribolazione e di sofferenza: "Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo" (Lc 14, 27). Lo sentiamo spesso. Per conoscere lo spirito di s. Francesco basta leggere le sue parole rivolte a Gesù sulla montagna de La Verna all’alba del 14 settembre 1224: "Viene il dì della ss. Croce e s. Francesco, la mattina per tempo innanzi dì, si getta in orazione dinanzi all’uscio della sua cella, volgendo la faccia verso l’Oriente e orava in questa forma: "O Signore mio Gesù Cristo, due grazie prego che tu mi faccia, innanzi che io muoia, la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel mio corpo, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella tua acerbissima passione; la seconda sì è ch’io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliolo di Dio, eri acceso a sostenere tanta passione per noi peccatori" (FF 1919). In queste parole è compresa tutta la dottrina francescana del dolore: unione alla passione di Cristo e collaborazione alla salvezza di tutti gli uomini.
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