Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli

di p. Giuseppe Ungaro

 

È utopia?

È possibile nel nostro tempo, nel quale nulla manca, e con la nostra generazione, che vuole tutto e sempre di più (e se manca la corrente elettrica per un’ora ci sentiamo sconfitti o disorientati !), parlare della pratica concreta della povertà?  Ricordiamo che il vangelo fa della povertà una fonte di felicità.

È una proposta difficile, perché le cose della terra sono più appetibili e immediate di quelle del cielo e sono presenti nella storia di tutti giorni. Apprezzare la povertà è un dono di Dio e bisogna chiederlo con umiltà

Per capire l’insegnamento del vangelo bisogna distinguere tra povertà evangelica, povertà secondo il pensiero umano e miseria. La miseria può essere frutto di vizio personale o di oppressione, di sfruttamento dell’uomo e quindi un prodotto del peccato. La miseria può essere involontaria: ai poveri di questo tipo il Signore si avvicina, anzi li predilige; ma la povertà evangelica è un’altra cosa. E una povertà di libera scelta, si radica in Gesù Cristo ed è frutto dell’opera dello Spirito santo. Secondo la definizione di s. Francesco: "La povertà è avere Gesù e nulla più".

Volendo analizzare la povertà dello spirito, essa èil distacco da ogni sicurezza e ricchezza terrena per essere disponibili ad accogliere Gesù Cristo, capirlo, amarlo e seguirlo. La forza della povertà evangelica non risiede nell’ abbandono dei beni terreni, ma nel distacco reale e spirituale del cuore da essi, a seconda degli stati di vita. Quali sono i principali beni della terra da cui bisogna staccare il cuore? Ne possiamo enumerare quattro.

a) Il denaro, che è un padrone spietato, capace di chiudere il cuore, condurre al vizio e indurre ad opprimere il fratello. Il Signore condanna drasticamente quelli che sono dominati dal denaro. "Non si può servire a due padroni...", e ancora: più facile che un cammello passi per la cruna di un ago ecc...".

b) La seconda ricchezza, spietata non meno della prima è la cultura umana, cioè la presunzione dell’uomo della scienza, e dello scibile in genere, di saperne più di Dio o volere essere un suo rivale, capace di insegnare il falso e ingannare gli uomini. Costoro sono ciechi, a loro non viene rivelata la verità, adoratori di se stessi e vanitosi. "Dio ha nascosto le verità ai sapienti e agli intelligenti della terra e le ha rivelate ai piccoli". Quante belle intelligenze si sono perdute per essere state travolte dalla loro cultura!

c) Un’ altra ricchezza terrena è il potere politico, o civile. Avere in mano il potere, piccolo o grande che sia, per chinare il fratello alla servitù o al plagio è opera da tiranno e talvolta vengono imposti oneri che gli altri non possono sopportare. Tale tirannia può essere esercitata in tutti i campi: in famiglia, negli uffici (banche), nelle politica, nel governo, ecc.

d) La struttura borghese è pure una ricchezza. Un lavoro sicuro, un conto in banca, una famiglia senza problemi, possono rendere insensibili i cristiani alle sofferenze dei fratelli, indifferenti ai problemi della fede: morte, giudizio, inferno e paradiso, problemi che non toccano più. Le comodità della vita spesso, se non c’è lo spirito di povertà, portano all’inerzia spirituale. Guai se si parla a costoro del problema dei poveri; "vadano a lavorare rispondono Noi paghiamo le tasse". Se si parla dei criminali: "C’è la prigione per loro protestano è problema dello Stato". Il fratello non esiste più. Ogni tipo di rivoluzione, o di cambiamento, è considerato come un’ingiustizia personale.

Il distacco dalle cose terrene rende libera la persona, dà la conoscenza obiettiva di se stessi e del mondo che la circonda; dà la possibilità di giudicarci davanti a Dio e capire quali sono i veri valori della vita in vista del Regno di Dio.

 

Conclusione

La povertà evangelica non è di ordine sociologico, ma personale e religioso, o meglio cristiano: essa ci unisce a Gesù Cristo e con Lui a Dio Padre.   S. Francesco ci può fornire, leggendone la vita e gli scritti, alcuni suggerimenti pratici, che possiamo anche desumere dalle regole che l’Ofs ha ricevuto nei secoli.

S. Francesco non è nato povero, anzi, oltre che ricco era ambizioso in cerca di gloria; si fece povero per seguire Gesù Cristo, lasciando tutto per essere simile a Lui (cfr FF 641). Andò verso i poveri, i lebbrosi e i derelitti solo per amore di Gesù povero (cfr FF 674). Chiamava la povertà di spirito "la virtù che più delle altre rende amici di Gesù Cristo, poiché è alimento e radice della perfezione" (FF 1118). Aveva messo tutta la sua gloria nel privilegio della povertà, sua madre, sua sposa, sua signora (FE 1125). Volle morire nudo sulla nuda terra.

Ricaviamo quindi, da quanto detto, alcuni suggerimenti sul modo di vivere nel nostro tempo la povertà evangelica:

- Meditare di più Gesù povero; la povertà piglia valore solo in Lui. In pratica è consigliabile.
- Costringere, mediante la fede e la volontà, i beni terreni a rimanere nella sfera dell’utile, del necessario e del buon uso e non dell’abuso.
- Programmare ordinariamente di offrire, ai poveri e alla comunità di cui facciamo parte, qualcosa di nostro, sia in denaro sia in disponibilità (di cultura, tempo, sussidi, ecc.).
- Verificare di avere sempre un atteggiamento e una mentalità da povero: nell’abito, secondo la propria condizione sociale, senza esibizioni; nell’abitazione, evitando i lussi e gli sprechi; nei mezzi di trasporto; nel non essere puerili col volere sempre il meglio e le ultime novità, ma aspirare sempre all’utile; nell’uso del denaro e nell’esprimere la propria abilità e il proprio sapere; nell’ evitare inutili esibizionismi; nelle opere assistenziali, essere disinteressati; nell’ operare con semplicità; nel non farsi mantenere e sfruttare gli altri, ma vivere del proprio.

Rientra nella povertà di spirito anche il fare a tempo opportuno testamento, staccandosi, ancora in vita, dai beni terreni, pur mantenendone l’usufrutto. In questa maniera la volontà sarà sempre unita a Gesù, sicuri di poter essere domani degni di partecipare al Regno di Dio, dopo il giudizio finale (cfr Mt 25,3 1-46).