RIFLESSIONI

 

Dar da mangiare agli affamati
"Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare" (Mt 25,35)

di p. Fabio Longo (tratto da rivista "Tau" n.9/2000)

La povertà di spirito, prioritaria tra le beatitudini evangeliche proclamate da Gesù, fa riscoprire l’infanzia ("lasciate che i bambini vengano a me"), necessaria per entrare nel regno dei cieli, mistero rivelato ai "piccoli".  Segno visibile di questa povertà di spirito è la povertà effettiva, raccomandata da Cristo ai suoi discepoli, e della quale egli personalmente ha dato l’esempio.

Povertà di Spirito e povertà effettiva
S. Francesco, a sua volta, ne farà un punto fermo, irrinunciabile della sua scelta evangelica di vita, la amerà e la raccomanderà ai suoi frati come garanzia di perenne prosperità spirituale e prova della vera libertà interiore. Si è più liberi, meno esposti alla molteplicità dei condizionamenti del mondo, quanto più volontariamente si è poveri, staccati dai beni materiali. Basterà il poco, sufficiente a vivere decorosamente per elevarsi sempre più in alto verso le cose che realmente hanno valore oltre lo spazio e il tempo. Il di più è rubato ai poveri. A loro, perciò, dev’essere restituito.

È questa libertà che ci apre ai grandi messaggi evangelici e parallelamente ci rende sensibili alle urgenti necessità degli uomini d’ogni tempo, a partire da quella primaria: il pane. Il primo rendiconto al giudizio finale riguarda proprio la fame del Cristo incarnata in ogni persona affamata: "ho avuto fame e mi avete dato da mangiare" o, al negativo, "ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare".

E la prima opera di misericordia corporale raccomandata dalla Chiesa agli uomini è proprio "dar da mangiare agli affamati". Chi non ha cibo soffre il massimo della povertà: dalla denutrizione alla morte. E quanti nel mondo ogni giorno muoiono di fame! Dramma scandaloso della nostra società. Il pane c’è, ma chi ha cibo in abbondanza non lo dà o non permette che lo si dia per un disumano rispetto alle sole leggi economiche di mercato o di finanza che impediscono a tante mani di affamati di poter afferrare dalla grande cesta dell’opulenza dei ricchi, paesi o persone, quel pane indispensabile alla propria sopravvivenza e a quella delle loro famiglie e dei loro bambini. E’ una cesta blindata, come blindato è il cuore per impedire che entri, quasi fosse un ladro, ogni sentimento di

umana solidarietà, di compassione. Vi può entrare solo il calcolo dell’interesse, del guadagno, dell’aumento del capitale, piccolo o grande che sia. Quanto a proposito devono risuonare forti le parole di san Cesario, vescovo di Arles: "Dio su questa terra ha fame e sete nella persona di tutti i poveri, come ha detto e-gli stesso. - Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me (Mt 25,42). Quel Dio che si degna di ricompensare in cielo vuole ricevere qui in terra. E chi siamo noi che quando Dio dona vogliamo ricevere e quando chiede non vogliamo dare? Quando un povero ha fame, èCristo che ha fame... Non disprezzare dunque la miseria dei poveri, se vuoi sperare con sicurezza il perdono dei peccati. Cristo, fratelli, ha fame, egli si degna di aver fame e sete in tutti i poveri; quello che riceve sulla terra lo restituisce in cielo".

Quante pagine della Bibbia, cioè della Divina Rivelazione, parlano del continuo intervento di Dio e del Figlio suo il Cristo Gesù per nutrire gli affamati, dal deserto percorso dal popolo ebraico nel suo cammino di liberazione, ai profeti sfamati e incoraggiati dalla provvidenziale assistenza divina, perfino attraverso il corvo (che non trova, se non per lui un offensivo paragone, con i corvi rapaci di certo nostro mondo mostruoso), ma soprattutto dalle iniziative di Gesù nel moltiplicare il pane per sfamare quanti lo seguivano in massa, affamati più della sua parola che non del pane.

E quanto insistenti le raccomandazioni di Dio, attraverso la voce dei profeti, in favore dei miseri. Is 58, 7 "Non consiste forse il digiuno nel dividere il pane con l’affamato, nell ‘introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?". Gesù stesso, dopo la moltiplicazione dei pani, esorta i suoi discepoli: "Voi stessi date da mangiare" (Mc 6,37). Il Papa, in questo Giubileo, ha invitato a mensa in Vaticano 200 barboni, senza tetto, e presso ognuna delle quattro basiliche giubilari romane è stata

allestita una mensa quotidiana per i poveri, quale gesto concreto di condividere il pane con l’affamato reso possibile dalla disponibilità di migliaia di volontari, novelli discepoli di Cristo. Presso ciascun convento francescano, da secoli, è in funzione una mensa per i poveri, extracomunitari compresi. In quest’opera quanto prezioso e determinante è stato, da sempre, 1’ apporto dei terziari francescani! Basti un solo esempio: il pane di s. Antonio in Albania e le missioni di Scutari.

Gesù, tuttavia, oltre a moltiplicare il pane, insegna anche a pregare: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" (Mt 6,11). Questa preghiera èrecitata dagli affamati, che attendono dalla divina Provvidenza il pane della sussistenza, e dai ricchi, che ne possiedono in sovrabbondanza. I poveri ne hanno sacrosanto diritto Dio ci concede il pane mediante la natura e il lavoro dell’uomo ma viene loro strappato dall’ avidità umana, crudelmente insaziabile. Quando preghiamo il Padre di darci il pane quotidiano pensiamo non solo a noi, ma anche a quelli che realmente non ce l’hanno, perché lo possano a-vere.

 

Pane quotidiano e pane celeste
La moltiplicazione dei pani operata da Gesù andava ben al di là della semplice realtà materiale quotidiana. Era anche simbolo dell’altra moltiplicazione, dell’altro pane, quello disceso dal cielo che nutre per la vita eterna, perciò non paragonabile alla manna del deserto o a qualunque altro pane, che sfama momentaneamente e non garantisce l’immortalità. Di questo cibo erano affamati i santi, i credenti, i nostri genitori, i nostri nonni e tante anime buone. E cibandosi di questo pane celeste che sono diventati attenti alle esigenze, sofferenze denutrizione altrui. Per sfamarli trascurano ogni calcolo che non sia quello di Gesù che "provava grande compassione", pronto a violare anche la sacra legge del "Sabato" a favore della persona bisognosa. "Questo è il mio corpo...". "Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete".

È il senso autentico della evangelizzazione missionaria, in ogni parte del mondo: garantire il pane quotidiano alle popolazioni affamate perché possano sopravvivere, offrire il "Pane" quotidiano celeste a quanti ne sono veramente affamati. Anche in quest’ultimo caso Gesù continua a ripetere: "Voi stessi date loro da mangiare". Sta qui la grandezza e cattolicità del cristianesimo. Sta qui la prova della nostra stessa fede:

"Che giova, fratelli miei, se uno dice di aver la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: - Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, ma non dà loro il necessario per il corpo, che giova?".

Gesù esige sempre dei gesti concreti. Il vero discepolo di Cristo deve operare sempre con gesti concreti, piccoli finché si vuole, ma mai sostituiti da vaghi sentimenti, fiumi di parole, convegni, conferenze, progetti e programmi a lungo termine: la fame è di ogni giorno. Per questo si prega "dacci oggi il nostro pane quotidiano". Assai significative sono, in proposito, alcune espressioni di un poema del Malawi:

Avevo fame e avete fondato un club confini umanitari
dove si discute sulla mancanza di alimenti. Ve ne sono grato.
Ero in carcere e siete andati in chiesa a pregare per la mia liberazione.
Ve ne sono grato.
Ero nudo e avete esaminato
seriamente le conseguenze morali della mia nudità.
Ve ne sono grato.
Ero ammalato e vi siete gettati in ginocchio
per ringraziare il Signore che vi ha dato salute.
Sembrate così devoti, tanto vicini a Dio! Ma io ho ancora fame, sono ancora solo, nudo, ammalato, prigioniero e senza tetto. Ho freddo...