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Giovani:
una fede senza slanci
Non vanno più a messa regolarmente, ma sentono interamente il bisogno di una risposta spirituale alle grandi domande della vita, I giovani rigettano però le regole etiche legate alla Chiesa cattolica. La religiosità dei giovani, ora forse più viva, non deve trarre in inganno. Il giovane oggi è meno sicuro di sé, è meno certo delle conclusioni scientifiche e delle proposte allettanti delle ideologie politiche rispetto a dieci anni fa. Di conseguenza manifesta una apertura problematica al non conoscibile chiamato Dio, oppure a forme parareligiose (misticismo orientale, astrologia). Si tratta però prevalentemente di atteggiamenti di fuga dal reale, di appagamento inconscio per una prassi deludente, di condizionamenti di carattere esteriore.
La domanda religiosa Tentiamo di riferire alcuni dati sulla religiosità giovanile a partire dall’inchiesta di Giancarlo Milanesi e da altre rivelazioni sociologiche sull’argomento. Per religione intendiamo, secondo Milanesi, un appello al senso della vita in riferimento a qualche cosa che è "radicalmente Altro". Più difficile è invece misurare altri atteggiamenti, di tipo magico-sacrale non esplicitamente collegati all’esperienza religiosa. Prendiamo in considerazione nell’ordine la domanda religiosa, il rapporto con la Chiesa ed infine il problema etico. La domanda religiosa anzitutto sembra risultare molto scarsa nei giovani d’oggi, anche se non del tutto assente. I valori religiosi sono considerati importanti rispetto ai bisogni economici, culturali, psichici, affettivi e politici solo per il 18,4% dei giovani associati (cioè aderenti ad associazioni e movimenti ecclesiali) e per il 2,3% degli altri. Anzi il 9,1% dei giovani associati e il 0,4% degli altri esplicita il bisogno religioso, anche se secondario rispetto agli altri.
Orientamenti di vita Analizzando poi i "sistemi di significato", cioè gli orientamenti di vita fatti propri da questi giovani, si osserva che la componente religiosa è assente o periferica nel 67,1% dei giovani aggregati e nell’ 84,7% dei non aggregati. Risulta scarsa cioè la domanda religiosa rispetto ad altri bisogni come l’autonomia, l’autorealizzazione, l’autostima, la sicurezza, l’amicizia, la vita di gruppo, la famiglia, il rifiuto della marginalità. Può essere interessante l’interpretazione al riguardo presentata da Franco Garelli, la quale rileva nei giovani un quadro religioso carico di ambivalenze e di complessità. La domanda di significato, secondo l’autore, non si incentrerebbe su una forte idea di salvezza e non si accompagnerebbe ad una coerenza di comportamenti. Per Garelli la religione mantiene una capacità di risposta ai problemi del significato profondo dell’esistenza umana e non subirebbe più concorrenzialità sul mercato dei significati da altri riferimenti culturali: "La religione è ancora depositaria dei valori ultimi, costituisce ancora un punto di riferimento importante, quasi una sorta di luogo ideale e originario della memoria individuale e storica dei soggetti". La religione permane, ma è depotenziata, resiste come riferimento ultimo nell’epoca della grande laicizzazione ideologica; come cristallizzata nella propria forma ideale, è presente nella coscienza di molti, forse dei più, ma del tutto incapace di influire sulle concrete esperienze di vita: "in questa situazione di scollamento tra scenario e vita, di dissociazione tra riferimenti mitizzati ed eccessivamente ultimi e i criteri immediati di realizzazione, è racchiuso uno dei paradossi della persistenza della religione nella società contemporanea".
Religione di Chiesa In secondo luogo possiamo affermare che la domanda religiosa si canalizza quasi totalmente dentro il modello della religione di chiesa, cioè quella elaborata e controllata dalla Chiesa cattolica. Il legame con la religione di chiesa è complessivamente del 35% degli aggregati e del 25% dei non aggregati. Ciò induce a pensare che la religione non sia vissuta come realtà creativa, personale, ma piuttosto come realtà rituale, estrinseca, non inserita profondamente nella dinamica progettuale. La pratica religiosa, che si aggira complessivamente sul 30%, vede una riduzione nei giovani tra i 20 e 24 anni (18,6%), che sono quelli che hanno la percentuale più alta di persone che "non vanno alla messa festiva" (32,2%). Secondo O. Brunetta, in ogni settimana media entra in Chiesa almeno una volta: circa il 31% degli uomini e circa il 45% delle donne; circa un terzo dei giovani tra i 15 e 24 anni, circa un quarto dei giovani dai 25 ai 34 anni e circa la metà delle persone con più di 54 anni.
Pratica irregolare La pratica religiosa irregolare però non coincide con la scomparsa della religiosità in quanto tale. Alla domanda "Che importanza ha Dio nella sua vita?", rispondono abbastanza o molto il 69% dei cattolici che si recano in chiesa una volta al mese; il 53% di quanti si recano una volta all’anno, il 26% di quanti si recano meno di una volta all’anno. Passando poi, in terzo luogo, all’etica dei giovani, troviamo notevoli differenze nei confronti del mondo adulto. Larghe fasce di giovani per esempio sembrano aver decolpevolizzato i rapporti sessuali (rapporti prematrimoniali, omosessualità, uso dei contraccettivi), all’insegna del "tutto è lecito, se ti piace; tutto si può fare, se ti va". Sabino Acquaviva parla di un vero e proprio capovolgimento dei modelli morali tradizionali e di decadenza dei valori morali del sacro e del sessuale istituzionalizzato.
Il concetto di peccato Francesco Alberoni ritiene che il rifiuto del concetto di peccato e perfino di quello di colpa si vada diffondendo parallelamente alla crisi del sacro. I giovani infatti rigettano con istintività che fa sbalordire ogni norma etica sessuale che viene annunciata dalla Chiesa, non sopportando la presenza di un’autorità precostituita, che, prima ancora di discutere il problema, esibisca la ricetta del comportamento giusto. Questa situazione esige analisi accurate per distinguere quello che è contrapposizione al passato e quello che è ricerca di valori nuovi un tempo non conosciuti o considerati. Concludendo questa rapida scorsa sulle ricerche della religiosità dei giovani, ci sembrano quanto mai pertinenti alcune conclusioni di Giancarlo Milanesi.
Domanda scarsa La domanda religiosa in primo luogo, intesa come "interesse-orientamento-attesa nei riguardi di sistemi di significato" è relativamente scarsa tra i giovani che non partecipano ad associazioni. Dunque le ipotesi di ripresa del sacro e di risveglio religioso dei giovani formulate alcuni anni fa, non sono suffragate da dati; appartengono più all’ambito delle "proiezioni o dei desideri" che a quello della concreta realtà effettuale. In secondo luogo, se non c’è una generalizzata dilatazione quantitativa della domanda religiosa nei giovani, si assiste tuttavia a "segni indubbi" di "una trasformazione qualitativa del vissuto religioso in una minoranza significativa di adolescenti giovani" il che, confermerebbe e approfondirebbe altre risultanze della inchiesta IARD. La domanda, in terzo luogo, è connotata da una marcata "frammentarietà" sia per l’insorgenza di campi religiosi non riconducibili alla Chiesa cattolica, sia per la differenziazione interna anche al campo della Chiesa cattolica, sia per la frammentarietà interna all’esperienza religiosa stessa (si pensi ad esempio alla separazione tra fede ed etica). La domanda religiosa, in quarto luogo, appare fortemente soggettivizzata e il vissuto religioso fortemente differenziato nel campione degli aggregati rispetto a quello dei non aggregati: in ogni caso il comportamento religioso risulta incanalato prevalentemente nel modello istituzionale cattolico, con una discrasia evidente tra frammentarietà della domanda religiosa e unicità della risposta e con una divaricazione tra soggettivizzazione della domanda religiosa e istituzionalizzazione dei comportamenti religiosi. Dall’insieme risulta una religiosità senza slanci, collocata dentro il privato, nella quotidianità, la quale trova la sua espressione nell’offerta religiosa gestita dalle istituzioni di Chiesa.
("rezzara notizie" 7/2000) |
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