RIFLESSIONI

 

La Pasqua cristiana 

di p. Antonio Fregona ofmcapp ("Tau" n.3 Marzo 2002)

Il mistero pasquale

"La categoria "mistero pasquale" è una dei più felici ricuperi del movimento liturgico" del secolo XX, scrive p. Sorci (Nuovo Dizionario di Liturgia, ed. Paoline, Roma 1984, p. 883). Si tratta di una riscoperta, perché l’espressione la troviamo usata, per la prima volta e ripetutamente, in un’omelia sulla Pasqua di un santo vescovo del secondo secolo, Melitone di Sardi.

Il "mistero della Pasqua" è il mistero del Signore, anzi è Cristo stesso, prefigurato in Abele, Isacco, Giuseppe, Mosè, nei profeti perseguitati e nell’agnello sacrificato. È il mistero di salvezza nella sua integralità, che si presenta davanti agli occhi della Chiesa e del singolo cristiano in ogni circostanza del ciclo annuale.

 

Il triduo pasquale

Dopo la solenne celebrazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, la domenica delle Palme, con la lettura del racconto della Passione, nei primi tre giorni della settimana santa non sono previste celebrazioni particolari. Il tono delle celebrazioni eucaristiche e della preghiera ufficiale aiutano ad avvicinarsi con le condizioni migliori alla solenne celebrazione del triduo pasquale. L’espressione triduo pasquale induce istintivamente a pensare ai tre giorni che precedono la Pasqua, giovedì, venerdì e sabato santo. C’è, però, un errore, dovuto alle deformazioni che, nel corso dei secoli, hanno alterato la corretta percezione e celebrazione del mistero. Il triduo pasquale è costituito da venerdì santo, sabato santo e domenica di Pasqua.    Il giovedì santo non fa parte di questo sacro triduo, ma lo precede, lo prepara e lo apre con la celebrazione eucaristica serale "in coena Domini Esso fa come da cerniera tra la quaresima, che finisce in questo giorno, e la Pasqua, che si apre.

 

Venerdì santo

È il giorno della crocifissione e della morte di Cristo e del digiuno pasquale, fatto per manifestare concretamente la partecipazione al sacrificio del redentore. Il digiuno è un elemento essenziale di questo giorno, più dello stesso rito liturgico: digiuno e celebrazione della passione si integrano. Per sé, questo atteggiamento di digiuno pieno esclude l’eucaristia, che, infatti, fin dall’inizio non è mai stata celebrata nel venerdì santo. Secondo autorevoli teologi liturgisti, in quel giorno non si dovrebbe distribuire neppure la comunione. La vera eucaristia di Pasqua è una sola, quella della veglia della notte del sabato.

I riti del venerdì santo cominciano con un una solenne liturgia della Parola. La croce domina tutta la celebrazione. Cristo è visto come il servo di Dio, vittima e agnello che si sacrifica per la salvezza degli uomini. Al posto della parte eucaristica si compie il rito dell’adorazione della croce. Viene mostrata, svelata, ai fedeli e solennemente adorata. Essa appare come il trono di gloria e trofeo di vittoria di Cristo sul peccato, conseguenza del quale è la morte. La comunione, partecipazione visibile al sacrificio redentore, all’immolazione di Cristo, fa di noi con lui una sola vittima.

La tonalità del venerdì santo non è quella del lutto, ma quella di una raccolta e amorosa contemplazione di Cristo, sofferente e morto per la nostra salvezza. Umiliazione e morte di Cristo, infatti, non vanno mai viste disgiunte dalla risurrezione e glorificazione. In questo contesto, la liturgia può parlare della "beata" passione di Cristo, una passione salvifica dall’esito finale glorioso.

Fin dai primi secoli del cristianesimo, il venerdì santo è caratterizzato dal digiuno pieno, "da protrarsi, se possibile, anche al sabato santo, in modo da giungere con animo sollevato e aperto ai gaudi della domenica di risurrezione" (conc. Vat. Il, SC, 110).

 

Sabato santo

È il giorno della sepoltura di Gesù, giorno di silenzio e di dolore per la morte del Signore. Per questo è un giorno senza celebrazione eucaristica. Si celebra la preghiera ufficiale (Ufficio divino). Anticamente, proprio per vivere in pieno questo atteggiamento di silenzio e di grande attesa, si evitava anche di riunirsi per la preghiera. Silenzio, digiuno, preghiera sono le caratteristiche di questo giorno, che è tutt’ altro che un giorno vuoto: è pieno del desiderio e dell’attesa per l’esplosione della gioia della risurrezione, che verrà celebrata nella notte successiva. Dalla comprensione di questo profondo significato, dipende la comprensione del valore della veglia pasquale.

 

Veglia pasquale

In molti fedeli, e anche in molti sacerdoti e religiosi, stenta ancora ad entrare la percezione del significato e del valore di questa "madre di tutte le veglie", come la chiamò sant’Agostino. Il suo significato generale consiste nel dimostrare e ricordare in che modo, dalla morte del Signore, è scaturita la nostra vita di grazia.

Non si commemora la risurrezione di Cristo, ma celebriamo il nostro inserimento nel suo mistero pasquale di morte al peccato e risurrezione alla vita divina con lui, ci accostiamo al banchetto per mangiare la "nostra Pasqua". La celebrazione notturna invia il messaggio del Cristo che esce dalla tomba e fa scaturire la vita divina per tutti coloro che lo accolgono con fede. Tutta la comunità cristiana, in questa notte, prende coscienza della sua nascita come popolo di Dio, della sua unità, della sua fede vittoriosa attorno al Cristo risorto e misteriosamente presente.

La celebrazione si svolge tutta nella gioia, con un ritmo che via via incalza e si eleva, per sfociare nella liturgia eucaristica.  Inizia con i riti iniziali della benedizione del fuoco e del cero con il canto del preconio pasquale. Segue la celebrazione della Parola, nella quale sono proposte nove letture. Viene, poi, la liturgia battesimale.  La veglia pasquale è caratterizzata in senso battesimale e questa caratteristica deve essere conservata non solo con il rinnovo delle promesse battesimali, ma con la celebrazione effettiva del battesimo, ogni volta che è possibile. Si prosegue con la liturgia eucaristica.

La celebrazione eucaristica della veglia pasquale è il culmine, il compimento del triduo, la sorgente della gioia pasquale. È la vera Pasqua, la vera e principale messa di Pasqua, di tutto il triduo pasquale.

L’eucaristia della veglia pasquale è la massima celebrazione dell’anno liturgico, l’inizio della festa di cinquanta giorni che termina con la Pentecoste. Il simbolismo fondamentale è di essere una "notte illuminata", una notte vinta dal giorno. Per questo la veglia, in quanto pasquale, è notturna per sua natura.

 

Celebrazione dell’unico mistero di Cristo

Il triduo sacro non è la somma di tre giorni, o di tre celebrazioni, è un mistero unico. È, propriamente parlando, la Pasqua stessa, cioè il mistero di Cristo crocifisso, sepolto e risorto, celebrato in tre momenti che si succedono secondo una logica naturale in tre diverse fasi, che si svolgono nella spazio di tre giorni e che ha il punto culminante nella veglia pasquale. Termina con i vespri della domenica di risurrezione. Non sono giorni autonomi, ma uniti insieme da un legame nativo interiore, così da formare un tutt’ uno assolutamente non separabile. Ognuno di essi richiama l’altro e si apre all’altro, come il fatto della risurrezione suppone quello della morte. Il triduo pasquale, dunque, è la Pasqua vista e celebrata in tutta la sua realtà e totalità: passione-morte-risurrezione di Cristo. Risulta, perciò, improprio, parlare di Pasqua di risurrezione, perché Pasqua implica inscindibilmente anche passione e morte. L’espressione corretta sarà Domenica di risurrezione!

Questo concetto di Pasqua, costituito dal triduo, parte dai fatti storici riguardanti la vita di Gesù, ma trova la sua radice nelle immagini e figure bibliche che l’hanno anticipato:

i tre giorni di Giona nel ventre del pesce; il tempio distrutto e ricostruito in tre giorni, secondo la misteriosa predizione di Cristo, che presenta se stesso come il vero Tempio di Dio. Sul piano liturgico e celebrativo, l’elemento predominante è dato dal sottofondo, o fondamento, originario e pur sempre vivo, che è il passaggio dalla penitenza e dal digiuno alla gioia, dalla morte alla vita.

 

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