La Pasqua ebraica
di p. Fabio Longo ofm ("Tau" n.3 Marzo 2002)
La Pasqua ebraica viene dettagliatamente descritta e motivata soprattutto nei seguenti brani del Pentateuco: Esodo 12, 1-13, 16; Levitico 23,5-8; Numeri 28, 16-25; Deutronomio 16, 1-8. Sono testi nei quali si trovano fuse due feste: quella di Pasqua e quella degli Azzimi, una festa agricola, questa, la cui celebrazione era iniziata in Canaan. Esiste un legame occasionale tra la Pasqua, la decima piaga e l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto, uscita che ha avuto luogo dopo la richiesta di Mosè al faraone di poter partire per servire il Signore nel deserto, il rifiuto del faraone e la decima piaga: la morte di tutti i primogeniti di quelle case sugli stipiti delle quali non ci fosse stato il sangue dell’agnello sacrificato. Solo dopo questi fatti il popolo ebraico è potuto uscire dall’Egitto. Questo avvenimento di straordinaria risonanza nel popolo di Israele, veniva ricordato e celebrato nella festa di Pasqua e degli Azzimi come memoriale dell’intervento liberatore di Dio con l’attraversamento del mar Rosso e l’inizio del viaggio verso la terra promessa. La celebrazione seguiva precisi rituali i cui elementi essenziali erano l’agnello e i pani azzimi, cioè non lievitati. Il rito consisteva in un banchetto durante il quale si mangiava un agnello di un anno, arrostito intero, senza spezzarne alcun osso. Quel che non veniva mangiato doveva essere bruciato prima del giorno seguente. I commensali mangiavano in tenuta da viaggio. Con l’agnello si preparavano verdure cotte di due tipi: erbe amare, per ricordare il dolore della schiavitù, ed erbe rosse, come il colore dei mattoni che gli Israeliti erano stati costretti a costruire, simbolo stesso della schiavitù. Gli stipiti delle porte venivano bagnati del sangue dell’agnello per allontanare l’angelo sterminatore che uccise i primogeniti degli Egiziani. Al termine del banchetto era tradizione che il più giovane dei presenti chiedesse al capofamiglia che cosa significavano i gesti compiuti e l’anziano prendeva la s. Scrittura e leggeva i passi relativi. Così ancora avviene tra gli ebrei ortodossi e in quelle comunità cristiane (anche cattoliche) che vogliono rivivere l’esodo del popolo di Dio. Messi in relazione storica con questo avvenimento decisivo della vocazione di Israele, i riti acquistarono un significato religioso interamente nuovo, cioè la salvezza apportata al popolo di Dio. Con questo spirito Israele continua ancor oggi a celebrare la festa di Pasqua dal 14 al 22 del mese di Nisan, al plenilunio del primo mese lunare dopo l’equinozio di primavera: comincia la sera che, nel calendario ebraico, è l’inizio del nuovo giorno. Tale memoriale ha lo scopo di preservare dalla dimenticanza i benefici del Signore richiamandoli alla memoria per rinnovarli e attualizzarli nella coscienza degli Ebrei. A sua volta il Signore, in presenza del suo memoriale presso il popolo, si ricorda e, ricordandosi, si rende presente e attualizza la sua salvezza. |
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