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PREMESSA Il salmo 118 commenta l’importanza della Legge del Signore. Continua la meditazione del salmo 18 che aveva concluso: l’osservanza della Legge rende sapiente anche il povero ignorante, anche colui che non ha una cultura elevata. La Legge lo rende capace di interpretare la vita e di darle significato in mezzo alla confusione dei cosiddetti sapienti. Il regista Krzysztof Kieslowski, ponendosi di fronte alla Legge come un agnostico di buona volontà, fa eco alla sicurezza dei salmi affermando che queste dieci frasi ben scritte cercano di regolare i rapporti fra la gente. Sono interessanti perché nessuna ideologia le ha mai messe in discussione. Tutti siamo d’accordo sul fatto che sono giuste, ma, al tempo stesso, le violiamo tutti i giorni. Per questo il sapiente e l’intelligente di oggi è più handicappato dell’ignorante nel leggere gli avvenimenti della propria esperienza. DECALOGO non è una serie di lezioni di catechismo, ma un contributo antropologico alla preevangelizzazione, quasi un grido dell’uomo contemporaneo verso l’Alto affinché…Utinam dirumperes coelos et descenderes… (magari tu squarciassi i cieli e discendessi…).
TU NON UCCIDERAI LETTURA DEL DOCUMENTO
Il film si snoda quasi con due storie parallele: una del pensiero e l'altra della vita. Le storie della vita quasi si incrociano fino a toccarsi, ma sarà solo il triste epilogo, quando ormai si è giunti all'irreversibile, a farle incontrare. Piotr, un giovane avvocato, diventa quasi la colonna sonora del film. Lo si incontra a tratti, fra un inserto e l'altro dell'avvenimento che porta il giovane Jazek a diventare omicida. La sua voce e la sua storia raccontano l'iniziazione ad una professione scelta per vocazione. L'avvocato, fra un colloquio e un altro, fra l'esternazione di un pensiero e la convalida di questo con il ricco patrimonio culturale che sfoggia, supera l'esame di ammissione all'esercizio dell'avvocatura e si cimenta nella difesa del giovane del quale noi leggiamo le immagini che lo incriminano. Il suo pensiero è una lucida istruttoria alla violenza che si crede correttiva dei violenti, alla pena di morte che fa risaltare come la più assurda delle pretese della società che, dai tempi di Caino, non ha mai rieducato nessuno. Jazek ci si presenta come un pulcino sperduto nella città cupa e violenta, anche lui violento nelle piccole cose. C'è la violenza armata dei custodi della città. C'è la violenza delle manifestazioni di protesta. C'è la violenza delle anonime e fredde abitazioni, delle tristi ciminiere delle fabbriche: C'è la violenza della concorrenza. C'è quel tassinaro violento e voglioso che può permettersi di giocare con la necessità degli altri. C'è la violenza del tempo che semina i segni dell'invecchiamento sulle persone… E c'è Jazek capace di piccole violenze e di dispetti: un sasso gettato dal ponte sui veicoli sottostanti, lo spiaccicare il vetro del bar con i resti della tazzina… Ma Jazek è un violento? Sono violenti tutti i piccoli o grandi protagonisti che lo circondano? Il regista si sofferma sul giovane che vuole farsi fare la stampa di una foto sgualcita che tiene nel portafoglio: una bambina nel suo abito di prima comunione. Ora Jazek è sul taxi, che fa partire con un ulteriore e cinico dispetto nei riguardi di altri avventori, e, meticolosamente, in mezzo alla campagna, commette il feroce assassinio del tassista. Era forse stato messo sul chi vive dal comandamento, da quella enigmatica figura che sulla strada teneva il regolo con la mano sul numero cinque… Le storie di Piotr e di Jazek sono giunte all'incrocio, ma non spetta a loro dare via libera al semaforo. L'arringa dell'avvocato è stata perfetta, ma la società deve difendersi. A Piotr non resta che la possibilità di formulare un nome dalla finestra: Jazek. Ora assistiamo alla violenza del carcere e del braccio della morte in particolare, alla meticolosità del boia, alla deferenza che lo circonda. Jazek ha chiamato Piotr: quel nome personale gridato alla finestra ha aperto la sbarra all'incontro. E' violento Jazek? Ora sappiamo chi era la bambina della foto: la sorella del giovane, uccisa dal trattore dal quale era stata sbalzata mentre il fratello e un amico, ubriachi, guidavano imprudentemente. E Jazek vuole il ricongiungimento al padre e alla sorella, nella tomba di famiglia. La sua fuga da casa per dimenticare fu una fuga da tutto quello che lo poteva curare. Ma è tardi e tutti attendono che si concluda il rito dell'esecuzione. Solo per Piotr non è tardi e vorrebbe avere il tempo per riavvolgere il film fino all'incontro mancato, al bar: c'era anche lui al bar, a festeggiare la sua ammissione alla professione, quando la follia di Jazek avvolgeva alla mano lo spago del delitto. E' tardi. Violento e minuzioso segue il rituale dell'esecuzione, raccontato allo stesso modo del delitto di Jazek. E Piotr urla ad un raggio di sole che filtra tra il verde lo schifo che sente nell'anima.
INDICAZIONI DI LETTURA
In Decalogo il regista ha voluto dare un volto umano al comandamento. Sarà opportuno individuare l’attore (sempre lo stesso) che rende la metafora. Il comandamento è presente, anche in forma accentuata, nelle situazioni e nei momenti più carichi di tentazione alla violazione. Dopo la trasgressione, a volte, appare per costatare amaramente.
Se il cinema è sempre metafora, questi documenti corredano LA METAFORA di numerose altre. Kieslowski ha affermato che è sempre stata sua premura di togliere qualunque inquadratura, qualunque dettaglio, qualunque azione che non entrasse strettamente nella economia del messaggio. Per questo sarà opportuno individuare il massimo numero di simboli cercando di interpretarli.
Il film non ha bisogno di commenti, ma di una rilettura pignola delle sue singole parti, magari recuperando gli spezzoni dell'istruttoria di Piotr. Sarebbe utile mettere insieme, con il contributo degli utilizzatori, i frammenti come da indicazione seguente:
PER UN PASSAGGIO ALLA CATECHESI
"Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho tratto dalla schiavitù alla libertà… Tu conosci l'oppressione. Tu conosci la corruzione. Tu conosci la condizione inumana del lavoro. Tu conosci la sofferenza, il dolore e la morte violenta. Ci sono molti modo di uccidere e ognuno di noi è omicida e vittima nello stesso tempo. Atto omicida è la nostra spaventosa indifferenza, con la quale, nonostante progrediamo nella scienza, roviniamo il mondo. Atto omicida è la nostra indifferenza: pur consapevoli delle conseguenze, distruggiamo il mondo. Atto omicida è quando io cerco il mio profitto senza pensare ne' a quelli che mi sono vicini, ne' a quelli che verranno dopo di me. Atto omicida è quando io non mi dono e non condivido, quando alcuni muoiono per troppo mangiare mentre altri devono morire di fame, quando alcuni periscono per abbondanza e altri per insufficienza, quando uno muore a forza di lavorare e altri non trovano lavoro. Atto omicida è quando, fra le quattro pareti di casa, non ci capiamo più, quando moralmente ci uccidiamo, quando ci offendiamo, quando facciamo ammalare gli altri, o ci procuriamo sofferenza e infermità. Scienziati parlano dell'avvio del programma di suicidio del genere umano: sempre nuove possibilità e tecnologie, i cui effetti non si possono conoscere e le cui conseguenze non si possono controllare. Alcuni muoiono per incidente, alcuni per malattia, altri per violenza, altri per la debolezza della vecchiaia, altri muoiono per mano propria. Altri ancora muoiono per assenza di amore: questa è la morte più terribile, perché si continua a vivere, ma morti dentro." (I DIECI COMANDAMENTI)
Sarebbe interessante una rilettura di brani tratti dal discorso della montagna per scavare alla radice le possibilità di uscire dal tunnel della violenza che ci ha ingoiati tutti. Dopo questa prima operazione va tentata una lettura dell'atteggiamento di Gesù di fronte alle violenze scaricategli addosso nella sua passione e morte… Forse un amore attento agli incroci può far sparire le strade a senso unico.
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