IL DECALOGO

scheda seconda

 

PREMESSA

Il salmo 118 commenta l’importanza della Legge del Signore. Continua la meditazione del salmo 18 che aveva concluso: l’osservanza della Legge rende sapiente anche il povero ignorante, anche colui che non ha una cultura elevata. La Legge lo rende capace di interpretare la vita e di darle significato in mezzo alla confusione dei cosiddetti sapienti.

Il regista Krzysztof Kieslowski, ponendosi di fronte alla Legge come un agnostico di buona volontà, fa eco alla sicurezza dei salmi affermando che queste dieci frasi ben scritte cercano di regolare i rapporti fra la gente. Sono interessanti perché nessuna ideologia le ha mai messe in discussione. Tutti siamo d’accordo sul fatto che sono giuste, ma, al tempo stesso, le violiamo tutti i giorni. Per questo il sapiente e l’intelligente di oggi è più handicappato dell’ignorante nel leggere gli avvenimenti della propria esperienza.

DECALOGO non è una serie di lezioni di catechismo, ma un contributo antropologico alla preevangelizzazione, quasi un grido dell’uomo contemporaneo verso l’Alto affinché…Utinam dirumperes coelos et descenderes… (magari tu squarciassi i cieli e discendessi…).

 

NON NOMINERAI IL NOME DI DIO INVANO

 

LETTURA DEL DOCUMENTO

 

Siamo in uno dei tanti anonimi condomini di una città dove non si può neppure rintracciare il proprietario di una lepre uccisa che il portiere ha trovato sul prato mentre rastrellava.

Dorota Gheller si decide a rompere il muro di incomunicabilità perché ha bisogno di una risposta da parte del primario dell’ospedale nel quale è ricoverato il marito uscito di recente da una grave operazione di cancro. Il primario è un suo condomino, uno dei tanti, anche lui alle prese con i problemi della sua esistenza fatta di piccole cose, di malori, di ricordi che centellina alla sua domestica, così lontani dalla sua sicurezza professionale.

La donna quasi perseguita quest’uomo, questo primario, affinché si renda arbitro del suo assillante problema: lei ama due uomini, quello malato e un suo compagno di lavoro. Il primo, alpinista, compagno della sua quotidianità che le dà sicurezza. Il secondo, musicista, capace di renderla amante felice. Quest’ultimo l’ha messa incinta. Se il verdetto del primario dirà morte, il bambino potrà nascere, sennò Dorota abortirà. Alla donna tutto sembra così tragicamente lineare come la sua possibilità di distruggere il ficus che ha nel suo vaso o come portare il bicchiere pieno fino al bordo del tavolo dal quale precipita andando in frantumi.

Al primario, che una volta ancora riassume una puntata della sua vita alla colf, illuminando la tragedia che ha distrutto in un attimo la sua famiglia, tutto appare difficilmente manipolabile: al di sopra c’è un Dio, magari uno suo, privato.

La donna precipita gli avvenimenti forzando una risposta categorica: abortirà, come può, se vuole, per stendere sulla strada quel rudere di primario. E questi, nella sua lettura del dato clinico, all’ultima ora, sentenzia, a pro del nascituro, impegnando la verità di Dio col suo giuro, la morte del paziente.

Dorota suona in un’orchestra e ben dovrebbe sapere chi conduce la filarmonica, come lei sia una voce fra le tante, capace di guidare il suo strumento alla ricerca dell'armonia, ma essa pure strumento. E' ’quanto pare dire la ricerca dei volti da parte della macchina da presa in mezzo a tanto cemento: il volto di Dorota e il suo profilo segato dalla veneziana, una stralunata e rossa testa del primario…. Mentre più in là, più in là, l’uomo che lottava contro la morte, che vedeva screpolarsi il suo universo gocciolante, si sente richiamare alla vita rispondendo a Colui al quale soltanto appartiene il nome e il giuro.

 

INDICAZIONI DI LETTURA

 

In Decalogo il regista ha voluto dare un volto umano al comandamento. Sarà opportuno individuare l’attore (sempre lo stesso) che rende la metafora. Il comandamento è presente, anche in forma accentuata, nelle situazioni e nei momenti più carichi di tentazione alla violazione. Dopo la trasgressione, a volte, appare per costatare amaramente.

 

Se il cinema è sempre metafora, questi documenti corredano LA METAFORA di numerose altre. Kieslowski ha affermato che è sempre stata sua premura di togliere qualunque inquadratura, qualunque dettaglio, qualunque azione che non entrasse strettamente nella economia del messaggio. Per questo sarà opportuno individuare il massimo numero di simboli cercando di interpretarli.

 

  • Il portiere e la lepre caduta
  • Il primario che accarezza la sua pianta grassa e spinosa
  • Il malore del primario
  • La segreteria telefonica
  • La lacerazione del ficus
  • Il bicchiere che vien fatto cadere
  • La stanza tutta crepe gocciolanti
  • L’altro paziente e l’infermiere che guarda stranito
  • I racconti del primario alla colf: primo e secondo
  • L’orchestra e Dorota in orchestra…
  • …….

 

 

PER UN PASSAGGIO ALLA CATECHESI

 

"Tu non nominerai invano il nome del Signore, tuo Dio. Io sonoil Signore, tuo Dio… Io sono qui per te, ieri, oggi e nel futuro.

Il suo nome garantisce. In un tempo in cui gli uomini non vengono guidati come persone, ma come numero, è consolante che Dio ci incontri con il suo Nome, Jahvé. Con questo egli ci manifesta il suo essere: Io sono qui per voi…

Nell’invocazione del suo Nome, Dio stesso vuole essere presente, perciò il suo Nome deve essere santificato. Per proteggere il nome di Dio dall’uso cattivo, nel giudaismo non è stato mai pronunciato.

L’abuso del Nome di Dio appare non solo nella cruda battuta e nell’aperta bestemmia, in barzellette o nel ridicolizzare i misteri divini. L’abuso appare anche là dove, in nome della volontà di Dio, vogliamo raggiungere una meta personale, quando nel suo Nome si fa guerra, si degradano gli uomini, si opprimono o vengono scacciati dalla loro patria, quando nel suo Nome si esercita potere sulle coscienze degli altri. Il Nome del Signore viene usato abusivamente quando si colpevolizza Dio delle nostre scelte negative.

E anche là, dove, sopra un annuncio di morte, scriviamo: A Dio, che è al di sopra della vita e della morte, è piaciuto… Nulla può piacere a Dio se senza scusa un uomo un uomo deve morire sulle nostre strade, o se muoiono milioni di uomini perché non hanno di che mangiare. Dove la fede esce dalla porta, la superstizione entra dalla finestra. Non esiste un vuoto negli uomini.

Dio vuole regalare al mondo benedizione e salvezza. Per questo noi lodiamo il suo Nome, anche se non possiamo esprimere adeguatamente il suo Essere. Benediciamo dove si bestemmia, amiamo dove si odia, doniamo speranza dove non c’è, perdoniamo dove c’è offesa, accendiamo una luce dove regnano le tenebre." (I DIECI COMANDAMENTI)

 

La dimensione della bestemmia è piuttosto ristretta nella nostra mentalità religiosa. Popolazioni vissute in ambiente coatto al silenzio su Dio sono capaci di farci vergognare per la brutalità del linguaggio da trogloditi di quelle che chiamiamo bestemmie. A parte questo ci invitano all’analisi di una più vasta area nella quale manchiamo nei riguardi del comandamento. E’ costante tensione di tutta la bibbia voler mantenere l’assoluta alterità di Dio: lo si legge nei salmi e nei profeti.